#23
fa tutto schifo
Benvenutə al ventitreesimo numero di Interstizi,
una newsletter stagionale che nasce dal bisogno di mettersi insieme, di condividere riflessioni e pensieri fuori da uno spazio predefinito. Una piattaforma informale di confronto e di ricerca su arte, cultura pop e attualità che speriamo possa aprirsi nel tempo a tanti punti di vista e modalità espressive diverse. Uno spazio fisico e mentale per germogliare, condividere quello che ci sta a cuore, raccontare e raccontarsi, trovare la propria voce ma anche lanciarsi in qualche sano rant.
In questo numero, come si legge dal titolo, vogliamo lamentarci di come tutto faccia schifo. Il tutto e lo schifo a cui pensiamo sono sicuramente molto più ampi, complessi e lunghi delle idee e dei fenomeni inclusi in questo testo, ma intanto cominciamo così. Nelle ciliegie, cose per prenderci una pausa dal brutto.
Buona lettura! 🌿
Fabiola & Giulia
Panorama
Fa tutto schifo
Fa tutto schifo. Iniziamo con l’ovvio, ed è un ‘tutto’ molto ampio quanto molto specifico, quindi iniziamo prima con qualche premessa necessaria. La politica nazionale che insegue deliri sulla remigrazione invece di occuparsi di una crisi climatica, sociale ed economica che renderà sempre più fragile il territorio e noi tuttɜ. La politica estera, dove il diritto internazionale è definitivamente morto e sepolto, dove sono crollati i fragili e violenti equilibri su cui si reggeva la presunta ‘superiorità’ delle ‘democrazie’ occidentali, dove il meccanismo delle cose è stato messo a nudo in tutta la sua orribile ingiustizia e squallore. Dove la fragilità delle nostre vite privilegiate è pure sempre più messa a nudo, dopo mesi in cui abbiamo toccato con mano quanto l’incertezza sulle forniture di petrolio possa far crollare tutto quello su cui facciamo affidamento nella nostra quotidianità. Siamo circondatɜ da un orrore enorme, da una disumanità che non ci sembrava possibile ma a cui siamo statɜ progressivamente abituatɜ, anestetizzate. Ma oltre questa realtà evidente e urgente, vogliamo riflettere su un aspetto apparentemente più superficiale ma che continua a tornare nei nostri discorsi di questi ultimi mesi e che pensiamo faccia da sfondo all’abbrutimento della società e delle nostre anime e menti (per restare leggerɜ).
È un fatto che tutto sia sempre più brutto e più scadente. Gli oggetti che compriamo, i palazzi, le macchine, i vestiti, sono sempre più generici, sempre più uguali, fatti di materiali sempre peggiori - il poliestere ruvido che fa sudare male e si sfilaccia in lavatrice spargendo microplastiche nell’acqua, l’acrilico che fa i pallini, le cuciture storte che saltano, la plastica sempre più fragile che si rompe. I prodotti audio-visivi che consumiamo sono pure più brutti, illuminati male, spesso riedizioni, infiniti sequel, realizzati forse da lavoratorɜ creativɜ sottopagatɜ o forse da un nuovo cantante AI; fatti per essere guardati o ascoltati mentre facciamo altro, consapevoli che i nostri cervelli spappolati non sappiano più dedicarsi con intenzionalità o attenzione ad una sola cosa, soprattutto quando questa dovrebbe essere solo un modo per rilassarsi, per spegnere il cervello. Persino i video e i meme che guardiamo sono peggiori, l’AI slop sta infiltrando sempre di più la produzione di contenuti e l’algoritmo favorisce la ripetizione del cliché senza originalità.
Sembra un problema secondario, se non fosse che in un certo senso è tutto collegato. La bruttezza contemporanea è una guerra contro il piacere, contro la felicità, contro un’idea di mondo e di vita diversi - ci azzardiamo a dire godibili - contro la storia come costruzione e ricostruzione di un mondo comunitario, contro lo specifico, contro la complessità, contro tutto quello che esce dal margine e dal controllo. La docilità estetica è docilità di pensiero e di azione. Che cosa perdiamo quando perdiamo la bellezza?
L’architettura è forse uno dei sintomi più evidenti dal momento che il costruito dà forma agli spazi in cui viviamo. È anche un ambito su cui nel corso degli anni abbiamo fatto ricerca, iniziando negli anni Dieci a riflettere sull’estetica del rendering che stava diventando sempre più onnipresente nelle nuove costruzioni residenziali (e non) a livello globale, con la ripetizione tanto delle forme architettoniche quanto degli stessi slogan utilizzati per vendere le nuove costruzioni, con le loro promesse vuote e generiche di una vita sicura e addomesticata. In Extrastatecraft (2014), Keller Easterling ha analizzato questo tessuto architettonico facilmente ripetibile, fatto di cemento e vetro scintillanti, di forme squadrate ma dagli spigoli smussati, il grigio onnipresente, con triangoli di prati verdi incastonati ai bordi, un paesaggio che rende indistinguibili angoli di mondo diversissimi, una colata uniforme di bruttezza. L’idea di una formula architettonica da ripetere inizia in realtà come sogno modernista e brutalista, anche se con presupposti molto diversi. L’idea di pianificare una città in maniera razionale e funzionale, di utilizzare il cemento e concepire gli edifici come modulari (i famosi moduli di Le Corbusier), erano in realtà legati ad un pensiero profondo sulle difficoltà abitative poste dall’epoca moderna e sulla necessità di costruire case per le persone, che unissero funzionalità ed estetica. Era un’estetica che portava con sé un’agenda esplicitamente politica, che nel design vedeva lo strumento principale per democratizzare la qualità della vita quotidiana: sottrarre il bello al privilegio di pochi e consegnarlo, attraverso la standardizzazione industriale e l’edilizia popolare, a chi non aveva mai avuto accesso a spazi dignitosi in cui vivere. Negli anni Ottanta, però, con la rapidissima espansione del capitalismo e il declino del sogno socialdemocratico, l’architettura diventa l’espressione concreta dello sviluppo e dell’investimento e la standardizzazione industriale diventa sempre di più sovrapproduzione indiscriminata, volta ad un’espansione potenzialmente infinita. Quello che Kai Heron, Keir Milburn e Bertie Russell (2025) descrivono, in parte, quando parlano di bullshit abundance. Inizia così a diffondersi su scala globale uno standard ripetibile per centri commerciali, grandi catene di hotel e aeroporti, estendendosi poi alle zone a statuto economico speciale, agli uffici, e infine alle abitazioni private. Il punto cardine lo coglie già Marc Augé negli anni Novanta con il suo famoso saggio breve sui non-luoghi: la genericità è rassicurante perché elimina il caos e gli attriti dalla vita quotidiana, ci attribuisce il ruolo legittimo di consumatorɜ globali e, controllandoci, ci dà l’impressione di essere in controllo delle nostre vite.
Augé coglie il punto, perché il punto non è neppure solo la bruttezza – siamo oggi in fin dei conti affascinatɜ dalle colate di cemento brutaliste che all’epoca dovevano sembrare orripilanti a tanti occhi –, ma precisamente l’eliminazione totale del caos, di una certa dimensione umana, di uno scopo e di un progetto creativo, che erano forti e radicati nelle architetture moderniste e brutaliste, e in generale nelle costruzioni meno auliche del dopoguerra. Nei palazzi italiani costruiti durante gli anni Cinquanta e Sessanta dalla speculazione edilizia selvaggia non c’è quella che possiamo chiamare univocamente ‘bellezza’, ma non c’è neppure genericità. C’è uno stile che si esprime con forme e colori sempre diversi e, a ben guardare, ci sono spesso dettagli sorprendenti. Sezioni di colori diversi, la forma triangolare di un balcone, l’uso dei mattoni forati o di piastrelle scintillanti anche se poco funzionali, un marmo dalle venature insolite usato per l’androne o una guardiola di portineria in legno pregiato. Queste case, costruite arricchendo come sempre le persone sbagliate, costruite in fretta e furia risparmiando sul cemento armato, foraggiate dalla speculazione, a modo loro erano comunque case per le persone, case a basso prezzo, progettate per essere abitate nel tempo da persone normali con vite normali e disordinate. Case in cui possiamo visualizzare la fine del mondo immaginata da JG Ballard in Il Condominio (1975): la discesa nel caos, la disintegrazione esteriore espressa dal disordine. Non il silenzioso, controllato e solitario auto-annichilimento che ispirano i nuovi palazzi di vetro e cemento, chiusi in se stessi, costellati dagli stessi faretti disposti scenograficamente ma senza niente da esaltare se non superfici levigate e incolori.
Il saggio-memoir Having and Being Had di Eula Biss (2020) si apre con la ricerca di mobili per la casa che l’autrice è finalmente riuscita a comprare con il suo partner. “We are on our way home from a furniture store, again. What does it say about capitalism, John asks, that we have money and want to spend it but we can’t find anything worth buying?” - Stiamo tornando a casa da un negozio di mobili, di nuovo. Che cosa ci dice del capitalismo, mi chiede John, il fatto che abbiamo dei soldi e vogliamo spenderli ma non riusciamo a trovare niente che valga la pena di comprare? - A partire da questa frase che suona quasi spocchiosa, Biss sviluppa un’articolata riflessione sugli ingranaggi in cui, pur non volendolo, ci troviamo a girare e sul modo in cui l’espressione dei nostri desideri ne venga profondamente influenzata. Dopo anni di precariato, l’autrice e il compagno sono finalmente riusciti a mettere abbastanza soldi da parte per comprare una casa contraendo un mutuo e si trovano ora a confrontarsi con una realtà in cui possedere qualcosa spesso sfocia nell’esserne possedutɜ, inglobatɜ in una rete di ingiustizie sistemiche.
Anche nella nostra quotidianità di conversazioni con amicɜ, ‘fa tutto schifo’ spesso si identifica con ‘non c’è quasi più niente che valga la pena comprare’, e quel poco che c’è ha dei prezzi esorbitanti. Lo dicevamo anche prima. Vestiti tagliati male e quindi poco donanti, perlopiù di materiali pessimi. Mobili fatti con lo stampino distruggendo foreste secolari per poi essere comunque rivestiti da una patina di plastica, senza colori, che si rovinano subito oppure sono talmente generici da rendersi riconoscibili in qualunque ambiente, e non in senso positivo (Ikea Kallax di quel bianco troppo bianco, si, parliamo di te). Oggetti inefficienti e mal progettati, prodotti rapidamente e a basso costo, distruggendo le vite di chi li assembla nello sfruttamento più disumano, e distruggendo anche il pianeta, perché realizzati con materiali scadenti e inquinanti. Non c’è neppure la gioia del possesso se non una veloce dopamina perché questi oggetti non aggiungono quasi nulla alle vite di chi li consuma sperando di provare qualcosa. Come nella società, anche con gli oggetti è sparita la classe media. La bellezza è solo per chi può permettersi di pagare un prezzo molto salato. Ma anche se un prezzo più elevato dovrebbe significare l’utilizzo di materiali migliori, l’impiego di lavoratori e artigiani specializzati e meglio pagati e un tempo dilatato previsto sia per la produzione che per il consumo/possesso, spesso non è così. Sempre più indagini espongono lo sfruttamento dei lavoratori anche nelle catene produttive delle industrie del lusso e l’utilizzo di materiali scadenti o inadeguati per aumentare i margini di profitto, quindi siamo punto e da capo. Ci si deve accontentare di quello che c’è, oppure per chi ha tempo e un po’ più di privilegio scandagliare i mercatini dell’usato o vinted alla ricerca di qualcosa che valga la pena possedere, cercando magari anche di fare delle scelte migliori per consumare diversamente. Problemi triviali del primo mondo, certo, ma se risaliamo lungo tutta la catena produttiva fino al sistema che questa catena l’ha creata troviamo l’intreccio tra bruttezza, ingiustizia, sfruttamento neocoloniale e oligarchia neoliberista. Un oggetto prodotto in plastica scadente da operai sfruttati e sottopagati in Cina viaggia tramite Amazon fino in Europa, dove viene lasciato da parte in un cassetto oppure buttato dopo pochi utilizzi, per finire in una discarica illegale in Nigeria. Le cose che compriamo sono destinate a degradarsi in fretta, in un ciclo continuo di produzione e consumo, mentre la distanza tra queste due fasi è sempre più breve. Se diventiamo consumatori perfetti, perdiamo il contatto con il processo di creazione, di mantenimento, di riuso. Se invece diventiamo consumatori im-perfetti, l’alternativa sembra solo una vita frugale. L’etica triste contro l’abbondanza cinica. Ma ci sono solo queste due strade? Non possiamo immaginare un futuro più giusto, più sostenibile ma anche più erotico?
A questo punto sorge però spontanea la domanda, che cos’è quindi questa fantomatica ‘bellezza’ tanto vagheggiata e quale immaginario rappresenta? Chi ne tiene le redini in mano? Una domanda su cui i filosofi si interrogano da due millenni e mezzo, quando l’estetica diventa centrale nelle riflessioni prima di Platone e poi di Aristotele. Nella tradizione filosofica occidentale, fin dall’inizio la bellezza non è futile o accessoria, ma strettamente collegata alla giustizia, alla morale e alla politica. Le idee classiche vengono riprese e abbracciate da Kant, per cui la bellezza è antitetica al senso spaesante e romantico del sublime in quanto forza razionale e morale. Nella relazione con un oggetto, per banalizzare la posizione kantiana, la bellezza è negli occhi di chi guarda, ovvero nel soggetto: è una forza contemplativa auto-riflessiva, che esclude l’altro-da-sé ed evidenza la forza morale del soggetto che trova bello qualcosa. Anche per Hegel l’ambito estetico è totalmente disgiunto dall’idea di consumare o di possedere. La bellezza va contro ogni caos e alterità, unendo armonicamente le parti in un singolo concetto, senza oppressione ma mediandole e mettendole al loro giusto posto. L’ambito estetico è quindi l’unico in cui il soggetto può entrare in relazione con le cose senza esperire la loro alterità e rimanendo libero dai suoi impulsi e dalle sue passioni, in una dimensione contemplativa.
Molti filosofi e critici d’arte moderni si avvicinano invece più alla visione estetica di Adorno, che integra nella sua idea della bellezza il concetto romantico del sublime: la bellezza moderna si esprime nel caos, nel frammento e nell’eterogeneo, è un evento che sconvolge e scuote l’io, facendone morire l’avvinghiamento a se stesso e l’autoriflessività kantiana. La bellezza ci costringe ad uscire da noi e a contemplare l’alterità, la ‘ferita’ nelle parole di Roland Barthes, ovvero la negatività, la debolezza e la fragilità intrinseche nella vita e quindi anche nell’estetica.
Niente di più lontano da quella che oggi, secondo Byung-Chul Han (2015), è la bellezza: un’estetica della “levigatezza”, che “procura soltanto una sensazione piacevole non collegata ad alcun senso e si esaurisce nel wow”. In La salvezza del bello (2015), Han cita ad esempio la superficie levigata degli smartphone, l’ossessione per la chirurgia estetica e la depilazione e le sculture dell’artista contemporaneo Jeff Koons come esempi disparati di aspirazioni estetiche contemporanee, in cui il levigato è piatto, igienico, privo di negatività, desiderabile e consumabile.
“La stessa arte, che per Hegel è inalienabile, viene oggi assoggettata completamente alla logica del capitale. La libertà dell’arte è subordinata alla libertà del capitale”, scrive Han.
Le élite culturali possono deridere il cattivo gusto di miliardari come Jeff Bezos e sua moglie Lauren Sanchez quanto vogliono, ma sotto sotto giocano convintamente allo stesso gioco. Perché l’élitismo della cultura e dell’arte contemporanea sono parte del problema, di una visione a compartimenti stagni in cui tutto rimane dentro i propri margini, senza la forza degli intrecci e delle contaminazioni. L’arte diventa una commodity levigata quando spariscono i fondi pubblici che permettono ad artistɜ e lavoratorɜ del settore (criticɜ, curatorɜ, organizzatorɜ, ecc.) di creare senza la costante preoccupazione della sopravvivenza. Un settore in cui sparisce la differenza e l’alterità, perché solo chi è già ricco e inserito nell’ambiente può permettersi di continuare a lavorarci, crea un’arte progressivamente meno interessante, meno capace di scuotere e generare esperienze estetiche come quelle teorizzate da Adorno. Crea un’élite escludente che non riesce più ad attirare i nuovi ricchi e piange lacrime di coccodrillo quando questi preferiscono acquistare auto di lusso, gioielli o alta moda (con conseguente boom di nuove aste dedicate a queste categorie merceologiche). Eppure, come discusso in questo podcast di Artnet News, il settore non riesce a fare abbastanza per scrollarsi di dosso l’aura elitaria e sedurre nuovi acquirenti, e anzi proprio il cattivo gusto dei nuovi ricchi genera frustrazione. Non segue però una visione inclusiva, l’idea di contaminare, di cambiare il meccanismo del gioco, che rimane sempre quello di escludere dai privilegi al posto di condividerli.
Non stiamo più parlando solo di cattivo gusto e bruttezza, ma di una predilezione contemporanea per la mancanza di complessità, per l’appiattimento delle sfumature e delle diversità che, e qui chiudiamo il cerchio, nasce dalla visione del mondo schematica portata avanti proprio dal neoliberismo. Il valore sta tutto nell’estrarre ricchezza per i pochi in comando, non importa chi o cosa viene distrutto nel processo. Questa bruttezza, che possiamo chiamare anche genericità, si espande come una macchia di petrolio, eliminando il caos, la creatività, e quindi l’umanità e il desiderio, pervadendo tutto, infiltrando sempre di più il nostro modo di pensare il mondo, di mettere le cose in discussione, di progettare e costruire, e anche di esistere nel mondo come corpi.
Nel 2019 Jia Tolentino pubblica sul New Yorker il famoso saggio breve The age of the Instagram face, un’analisi su come i nostri volti, immagini distorte sui social dai filtri e dai programmi di postproduzione e modificate anche nella realtà con la chirurgia estetica e le iniezioni di filler ialuronico e di Botox, stiano diventando sempre più indistinguibili gli uni dagli altri. Sono passati sette anni da questo testo e oggi non parliamo più solo di volti ma anche di corpi, e neppure solo di chirurgia, perché con la diffusione dei farmaci semiglutidi l’appiattimento fisico e visivo è sempre più prominente e facilmente ottenibile, anche da chi non potrebbe mai permettersi un intervento chirurgico. Anzi la faccia smunta, la cosiddetta ‘Ozempic face’, che accomuna chi assume questi farmaci con l’intento di perdere peso spesso partendo da un corpo decisamente normopeso, sta diventando sempre più un nuovo simbolo di questa genericità. Non è più questione di bello o brutto, è chiaro che la chirurgia può da un lato distorcere l’ideale del bello, ma dall’altro anche creare una perfezione ipnotizzante e desiderabile. Ma è appunto la schematicità, la controllabilità e la progressiva eliminazione della differenza, nonché la creazione perpetua di nuovi standard e nuovi bisogni, di nuovi meccanismi che ci fanno illudere di poter essere in controllo, mentre siamo solo sempre più controllati.
Dostojevskij fa pronunciare la famosa frase “la bellezza salverà il mondo” al principe Mishkin, l’idiota nell’omonimo romanzo, appunto un ingenuo che per quasi tutti gli altri personaggi non ha capito niente di come funziona il mondo. Non cede il passo agli ingranaggi che girano in un certo modo, perché crede nella kantiana moralità della bellezza e nella possibilità che ciascuno di noi ha di agire sul mondo proprio a partire dalla forza dell’esperienza estetica. Un personaggio che prova a contemplare il mondo in maniera diversa, prova a credere alla bontà delle cose, e alla fine soccombe al caos dei suoi eccessi epilettici. Il problema non è solo che ‘tutto fa schifo’, ma che non abbiamo più il tempo o la voglia di essere noi gli idioti, di credere in qualcosa di così labile, difficile da definire e quasi ridicolo rispetto ai tanti problemi che esistono come la bellezza. Ci accontentiamo del suo surrogato, il levigato, pur di non gestirne la complessità. La genericità è più semplice, più semplice da capire e da definire e da guardare. Non ha un colore forte, non ci pone delle sfide, non ci accende di entusiasmo e voglia di comprendere, non ci scuote in nessun modo. Il meccanismo è molto simile a quello che l’intelligenza artificiale fa con la scrittura e con il pensiero: appiattisce, uniforma, sintetizza e schematizza con elenchi puntati e grassetti prevedibili. Il pensiero diventa strutturato e lineare, perde i suoi angoli e le sue complessità, ma il pensiero ha bisogno di perdersi nei meandri del caos, di intrecciarsi, di allargarsi. E paradossalmente più gli orizzonti delle cose si chiudono, si definiscono e si imbruttiscono, più il mondo cade davvero nel caos, più la struttura e la facciata crollano, più la scontentezza e la mancanza di senso esplodono.
Lo spazio per la bellezza, la stranezza, l’originalità e il desiderio è sempre più ridotto, prossimo quasi a sparire. Via i terzi spazi, via gli spazi non-commerciali nelle città, se cediamo anche solo di un centimetro ci ritroviamo con relazioni ridotte all’osso e orizzonti di vita ridotti all’osso. La paura del caos e dell’ampiezza, la riduzione degli orizzonti di pensiero e di creazione, pensare sempre più in piccolo e immaginare sempre di meno: tutto questo ci fa una paura micidiale, perché davvero non ce la faremo ad immaginare niente di meglio di questo mondo qui in cui viviamo? Che poi richiama sempre la stessa domanda esistenziale, ovvero che fare quando sembra che non ci sia quasi più niente da fare? Ed è qui che la bellezza sembra tornare in soccorso o, come lo chiama il filosofo Federico Campagna nel suo ultimo libro Altrimondi (2026), citando L’uomo senza qualità (1930) di Musil, “il senso della possibilità che si potrebbe definire come la capacità di pensare tutto quello che potrebbe ugualmente essere, e di non dare maggiore importanza a quello che è, che a quello che non è.” In poche parole, non perdere di vista l’importanza dell’immaginazione. La complessità della bellezza e l’importanza dell’esperienza estetica per noi stanno proprio nello sforzo immaginativo verso un mondo migliore, necessario per agire poi nella realtà e costruire davvero un mondo in cui una vita bella per tuttɜ sia davvero un diritto basilare e garantito, una vita degna e una degna realizzazione di quello che ci rende umanɜ.
Ciliegie *
i nostri pick culturali
🍒 Letture 🍒
Quando l’estate è in pieno svolgimento e i mesi precedenti non sono stati tra i più semplici, non c’è niente di meglio che affidarsi a provatɜ mentorɜ per ri-apprezzare e indulgere nei piccoli e grandi piaceri della vita.
Un romanzo: Sex & Rage. consigli a giovani donne che hanno voglia di divertirsi (in italiano edito da Bompiani) è la storia forse-quasi autobiografica scritta da Eve Babitz, ambientata nella Los Angeles degli Anni Settanta; la storia di una ragazza che diventa donna tra feste, estetiche impeccabili, droghe e sesso, cercando solo di capire come seguire i suoi desideri senza soccombere ai propri dubbi, alle paure e alla confusione esistenziale.
Bis: Un apprendistato o Il libro dei piaceri, uno dei capolavori della scrittrice brasiliana Clarice Lispector (Feltrinelli) esplora invece, con una prosa molto più onirica e meditativa, la paura enorme di avvicinarsi ad un altro essere umano e il percorso accidentato e non lineare tra attrazione, tensione, piacere, dolore e confusione di sentimenti necessario per potersi realmente aprire e sentirsi a casa con un’altrə.
Un classico: La stanza di Giovanni aka Giovanni’s Room, uno dei più celebri scritti di James Baldwin (in italiano edito da Feltrinelli, in inglese da Penguin) che mette a nudo il modo in cui le convenzioni e le aspettative sociali possano forgiare e bloccare la vita, tra discriminazione e vergogna per il desiderio queer (siamo nel 1956), privilegio e classe sociale.
Un saggio: Altrimondi di Federico Campagna (Einaudi), già citato nel Panorama, lettura perfetta per esplorare tutte le fini del mondo che il nostro Mediterraneo ha già vissuto e sentirci un po’ più confortati nel viverci la nostra.
🍒 Musica 🍒
Noi stiamo ascoltando a ripetizione i Kneecap, ballando l’ultimo EP di Deep Thrill e di Your Mate’s Ex, bevendo un po’ alla fonte di Cosmo e respirando con Mohammad Reza Mortazavi e ⣎⡇ꉺლ༽இ•̛)ྀ◞ ༎ຶ ༽ৣৢ؞ৢ؞ؖ ꉺლ
🍒 L’Internet 🍒
L’internet fa sempre più paura o noi siamo sempre più fritte e abbiamo mandato in tilt i nostri algoritmi, ma per questa volta, usciamo a toccare l’erba, o la sabbia <3
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Noi siamo arrivate alla fine di questo ventitreesimo numero di Interstizi.
Grazie per essere arrivatə fin qui, per averci letto, per averci dedicato del tempo.
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Interstizi è un progetto a cura di Fabiola Fiocco e Giulia Pistone.





È sempre bello leggervi!!!