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zucchero, cannella ed ogni cosa bella

Benvenut al terzo numero di Interstizi,

una newsletter occasionale che nasce dal bisogno di mettersi insieme, di condividere riflessioni e pensieri fuori da uno spazio predefinito. Una piattaforma informale di confronto e di ricerca su arte, pop culture e attualità che speriamo possa aprirsi nel tempo a tanti punti di vista e modalità espressive diverse. Uno spazio fisico e mentale per germogliare, condividere quello che ci sta a cuore, raccontare e raccontarsi, trovare la propria voce ma anche lanciarsi in qualche sano rant.

In questo numero abbiamo deciso di farci prendere dallo spirito del Natale e di parlarvi di ricette 🍜  - culinarie, artistiche ed emotive, che è un po’ il mix giusto di ogni festività. Siccome in due è amore, ma in tre è una festa noi abbiamo deciso di moltiplicarci ed invitare Elena Braida e Alessandra Saviotti per raccontarci qualcosa di loro, della loro ricerca e delle loro ricette. 

Buona lettura e buone feste! 

Fabiola & Giulia


Panorama

Ricette in trasformazione 

La parola ‘ricetta’ mi riporta subito ad un contesto intimo, legato alla famiglia e alla tradizione della cucina regionale (per me, siciliana). Allo stesso tempo, il mio rapporto con le ricette è piuttosto eclettico: gli ingredienti indicati e i processi illustrati mi sembrano più raccomandazioni che regole, strutture fluide da adattare a mio piacimento e secondo le mie esigenze - cosa che fa innervosire chi, invece, crede nel seguire ogni passaggio religiosamente. Questa parola è talmente carica di significati emotivi e personali che ho deciso di andare a recuperare la sua definizione ‘oggettiva’ (su Wikipedia, ma riadattata). Una ricetta è un insieme di istruzioni per compiere un procedimento di trasformazione che, attraverso varie alterazioni di una o più sostanze base o ingredienti, sia fisiche (prodotte tramite azioni) che chimiche (prodotte tramite mescolamenti e mutamenti), dà come risultato qualcosa di diverso dalla materie originali, solitamente di valore o utilità maggiore rispetto a quella degli ingredienti stessi. 

Questo articolo parte da qui, dai diversi elementi che compongono questa definizione, ma anche dai diversi elementi che compongono le ricette: emotivi, 

creativi, rituali, sacri, gustosi. 

Il termine ricetta viene utilizzato soprattutto in ambito culinario, ma appare anche in altre espressioni e contesti, sia figurati che reali. Ricetta per il successo. Ricetta medica. Ricetta contro la noia. La storia di questa parola ci riporta al latino e all’idea di ‘cose prese’, raccolte e appropriate, scelte deliberatamente per operare una trasformazione, il cui risultato va oltre le singole parti. C’è qualcosa di magico e di misterioso in questo processo, una chimica spesso sconosciuta che riporta alla preparazione di pozioni incantate. Il video  object*oriented*magic di Ayşenaz Toker and Merve Tuna, presentato all’interno del progetto Critical Cooking Show di e-flux in collaborazione con la Biennale di Istanbul 2020, presenta le ricette di tre diversi rituali magici. Il primo, *Divided They Fall* (‘divisi sono sconfitti’) si svolge all’interno dell’ufficio, utilizzando comuni oggetti che qui si trovano e contando sull’intervento di cani e gatti per annientare uno o più colleghi ostili. *Winds of Change & Weeds of Sex* (‘Venti di cambiamento ed erbe di sesso’) è un incantesimo per attirare un partner sessuale, mentre *Delivering the Proof in the Policy of Truth* (‘Consegnare una prova in linea con la verità’)  parte da oggetti di cucina per vendicarsi contro un ipocrita, ripagandolo con la sua stessa moneta. Nel video, gli oggetti di tutti i giorni sono anche speciali ingredienti che, assemblati seguendo precisi rituali, diventano magici e permettono di ottenere risultati misteriosi e straordinari. La magia si lega a emozioni profonde, viscerali ma con una loro razionalità, in modalità che ricalcano il rapporto che ci lega ad alcuni cibi. Tanto nella magia quanto nella cucina sentiamo una connessione con la terra data dagli ingredienti, che utilizziamo per sostentarci non solo attraverso il nutrimento che ci danno, ma anche tramite la loro potenzialità di far andare le cose come vogliamo e di farci stare meglio. 

I movimenti decisi di mani e braccia in object*oriented*magic richiamano alla mente i movimenti esperti di qualcuno che prepara una ricetta della tradizione locale, forse per la centesima volta, in una ripetizione senza fine che però non conosce noia e che può solo migliorare col tempo. Queste mani e braccia di solito appartengono alla nonna, con un significato quasi collettivo: qualcuno che trascorre ore in cucina a tagliare, mescolare, impastare, e sfornare, parte del proprio ruolo di collante familiare. Nonne, mamme e zie sono le custodi della ‘tradizione’, sia essa di famiglia o allargata ad una località geografica. Un ruolo tanto importante quanto dato per scontato, come spesso succede nel lavoro emozionale. Uno dei primi lavori di Anri Sala è Byrek (2000), un video di 22 minuti in cui le forti mani e braccia di una donna preparano, appunto, il byrek, un pane ripieno tipico dell’Albania. In sovraimpressione vediamo la ricetta di questa pietanza, scritta a mano dalla nonna di Sala in albanese, riportata senza traduzione e incomprensibile per chiunque non parli questa lingua. La ricetta rimane segreta, sono i gesti e le procedure che ci tengono incollati al video, tanto che lo ricordo ancora, a distanza di anni da quando l’ho visto in una mostra a Venezia. 

Che cos’è della preparazione del cibo che ci incanta in modo così totale? Nell’ultimo decennio le trasmissioni televisive dedicate alla cucina in tutte le sue varianti sono aumentate esponenzialmente e su Internet è praticamente impossibile aprire un qualsiasi social network senza imbattersi in foto o video che ci mostrano la preparazione delle pietanze più disparate. Per molti di noi queste trasmissioni hanno un effetto calmante. Le mani sicure di qualcuno che pesa, taglia e prepara gli ingredienti, mescolandoli in modo così esperto da non lasciare spazio all’errore hanno qualcosa di terapeutico e ipnotizzante. 

Alla base di ogni ricetta c’è proprio l’idea che seguendo precise istruzioni, codificate nel corso del tempo e passate di generazione in generazione, si ottengano sempre gli stessi risultati. La prima ricetta della storia che si è conservata fino ad oggi risale al 1730 a.C. È stata trovata in Mesopotamia nella forma di una tavoletta cuneiforme, il più antico sistema comunicativo scritto sviluppato dall’umanità. La ricetta si presenta principalmente come una lista di ingredienti per preparare uno stufato di agnello: “Utilizzare carne. Prepara l’acqua. Aggiungi sale fino, gallette di orzo secche, cipolla, scalogno persiano e latte. Schiaccia e aggiungi porro e aglio.” Per quanto breve e poco dettagliata, questa ricetta di 4000 anni fa non appare neppure così antica. Uno stufato è uno stufato, una cipolla, un porro e uno spicchio d’aglio sono tutti ingredienti che conosciamo e che utilizziamo quotidianamente. Alcuni studiosi che hanno decifrato e ricostruito le ricette, provando a dosare le quantità degli ingredienti, i metodi di preparazione e cottura che mancano dai testi, hanno notato importanti elementi di continuità con la cucina contemporanea di regioni come l’Iran e l’Iraq: la presenza di un mix di spezie diverse che vengono combinate per ottenere profili complessi, la prevalenza degli stufati e delle pietanze ripiene.  

Ingredienti e procedimenti specifici di molte ricette sono strettamente collegati al territorio d’origine e alle sue specificità, in modo tale che il cibo può diventare uno strumento di resistenza e di affermazione quotidiana della propria identità. L’artista palestinese Jumana Manna realizza video e installazioni che raccontano dell’importanza degli ingredienti. Le sue ricerche più recenti si focalizzano sul foraging, ovvero la pratica di raccogliere liberamente erbe selvatiche commestibili, sulla sua importanza per la comunità palestinese e sulla politica che si intreccia attorno al consumo di queste piante. Sono tre le specie spontanee più ricercate, tanto dai palestinesi quanto dagli israeliani: ‘akkoub, un cardo simile al carciofo chiamato ‘oro verde’; za’atar, un timo selvatico centrale nella preparazione di moltissime ricette; miramiyyeh, una variante di salvia selvatica tradizionalmente bevuta come infuso. Nonostante l’abbondanza di queste piante in natura, la Israel Nature and Parks Authority ha progressivamente reso illegale la loro raccolta. 

Tra le tre piante, la storia dello za’atar è la più antica. Già nel 1977 il ministro dell’Agricoltura Ariel Sharon lo inserì tra le specie protette, rendendone illegale la raccolta (se scoperti, si rischiano multe salate e fino a tre anni di carcere). La decisione fu presentata come volta alla tutela, benché non esistesse alcuno studio scientifico a riprova del fatto che lo za’atar fosse una specie rara. Poco dopo l’imposizione della nuova legge, un kibbutz in Galilea iniziò a coltivare grandi quantità di  za’atar per venderlo ai palestinesi espropriati della loro risorsa e per esportarlo in altri paesi arabi, spacciandolo come come prodotto palestinese. A lanciare questo progetto fu l’ex governatore per l’agricoltura della West Bank, Ze’ev Ben Herut, che aveva trascorso molto tempo con i palestinesi, imparando le migliori ricette per il mix di za’atar, tradizionalmente preparato con quantità variabili di timo selvatico, sumac, semi di sesamo e sale. Questo primo esempio di appropriazione di una ricetta tradizionale palestinese da parte degli israeliani, poi seguito poi da hummus, falafel ecc., è uno dei tanti modi in cui quotidianamente la violenza dell’occupazione si intreccia nella vita di tutti i giorni dei palestinesi. Dall’introduzione delle leggi sulla raccolta dello za’atar e, in tempi più recenti, dell’’akkoub e d miramiyyeh, centinaia di persone sono state multate: tutti palestinesi.  

Ricette e ingredienti hanno un forte valore simbolico in politica: sono ambiti tanto intimi e connessi alla sfera emozionale di orgoglio per la propria terra e cultura che devono essere dominati con il fine di imporre il proprio potere su altre popolazioni, come successo fin dall’inizio del colonialismo europeo nel XV secolo. Un colonialismo che fin da subito è improntato al furto di ingredienti altrui. Nel corso dei secoli le piante hanno viaggiato, spontaneamente oppure trasportate dagli uomini lungo le rotte commerciali, diffondendosi e infiltrano le ricette di luoghi lontanissimi. Spesso questi viaggi non sono stati neutrali o improntati ad un equo scambio commerciale. Un esempio tra molti potrebbero essere le spezie coltivate in Indonesia nelle isole di Banda e nelle Molucche (noce moscata, cannella…) che furono ottenute dagli Olandesi nel corso della prima metà del Seicento attraverso massacri tanto brutali da essere oggi considerati tra i primi esempi di genocidio sistematico. La coltivazione di zucchero, caffé e altri ingredienti chiamati proprio ‘coloniali’ provocarono la deportazione forzata e la morte di migliaia di persone schiavizzate in tutto il pianeta. Anche oggi la produzione di cibo è legata a orribile sfruttamento umano e animale - ma questa è un’altra storia. 

Attraverso il progetto The Empire Remains Shop, il duo artistico Cooking Sections (Daniel Fernández Pascual & Alon Schwabe),  ha ricostruito un negozio coloniale del XIX secolo a Londra e pubblicato un libro per indagare le storie di ingredienti come frutta ‘esotica’, zucchero, spezie, caffé e molti altri e comprendere l’impatto del colonialismo sulle reti globali di sfruttamento, coltivazioni e ingredienti. Tra le ricette riprese dai due artisti c’è quella del pudding di Natale pubblicata nel 1928 dall’Empire Marketing Board, organizzazione fondata per promuovere il consumo di prodotti coloniali dell’impero britannico. La ricetta comprendeva 17 ingredienti, ciascuno dei quali proveniente da una regione diversa, e nel preparla ai giorni nostri gli artisti si sono resi conto di come tante di queste provenienze siano completamente cambiate: alcuni di questi luoghi non producono più gli stessi ingredienti perché, una volta acquisita l’indipendenza, hanno cambiato la propria economia e le proprie coltivazioni. 

Un altro spunto di riflessione dato da Cooking Sections viene dal progetto Climavore, che parte da un assunto in ogni ricetta: partendo da ingredienti dati e seguendo procedure codificate, si cerca di ottenere sempre lo stesso risultato, anche a distanza di secoli. D’altronde, come scrivevo sopra, un porro è un porro. Ma come fare se gli ingredienti tradizionali non crescono più come una volta a causa del cambiamento climatico? Climavore cerca di costruire un nuovo modo di intendere le ricette a cui siamo legati, che dovranno prima o poi abbandonare l’immobilismo che caratterizza l’idea di ‘tradizione’, per diventare più sperimentali e flessibili, al passo con i cambiamenti del clima e delle colture. Cooking Sections porta avanti questo progetto già dal 2015, con varie iterazioni che hanno loro permesso di esplorare territori e tradizioni molto diverse: dal Mar Morto al Sud Tirolo e dalla Sicilia all’isola di Skye nel nord della Scozia. Collaborando con agronomi, ingegneri, biologi, esperti in nutrizione e altre discipline, gli artisti hanno preparato nuovi menù che tengono conto delle nuove condizioni climatiche. La Sicilia, per esempio, è una regione che si sta rivelando particolarmente aperta alla coltivazione di piante tropicali come mango, papaya e avocado, che stanno lentamente diventando i nuovi prodotti tipici per via della tropicalizzazione del clima. Allo stesso tempo, è sempre più importante creare ricette per contrastare la siccità, tematica su cui si è concentrato l’intervento di Cooking Sections per Manifesta 12 a Palermo, riprendendo antiche tecniche di irrigazione utilizzate sull’isola di Pantelleria fin dall’epoca medievale. Il menù creato dagli artisti riprendeva alcuni ingredienti tradizionalmente consumati in Sicilia e resistenti alla siccità, come ad esempio manna, carruba, pomodori, frutta secca e grani antichi. La tradizione, a volte, continua ad avere le risposte che cerchiamo. 

L’insostenibilità dei sistemi alimentari globali ritorna anche nel video The Avocado Toastdell’artista cilena Linda Schilling Cuellar. Partendo dalle istruzioni per la preparazione del perfetto avocado toast, l’artista mette insieme diversi ingredienti che, proprio come in una trasmissione televisiva di cucina, tracciano la perfetta ricetta del collasso ambientale della regione del fiume Petorca. Il Cile ha una lunga tradizione di coltivazione e uso dell’avocado come parte di numerose ricette tradizionali, tra cui anche la crema di avocado spalmata sul pane. Questo semplicissimo piatto è diventato virale su Instagram già quasi 5 anni, entrando prepotentemente nel piatto delle più seguite influencer e diventando uno degli ingredienti più desiderati e acquistati al mondo. L’appetito e l’ignoranza globali nei confronti delle coltivazioni di avocado hanno causato l’inaridimento completo di alcuni tra i terreni più fertili del Cile, rivoltandosi anche contro chi aveva investito ingentemente nell’acquisto di terreni preposti alla coltivazione monoculturale di avocado. Senza una vera e propria riflessione, quando una regione esaurisce le sue potenzialità di produzione di una coltura, ci sono sempre nuovi territori da sfruttare fino alla distruzione. Il lavoro di Schilling Cuellar ci invita a ripensare non soltanto le nostre scelte alimentari insostenibili, portate avanti da una globalizzazione del cibo trainata dai trend di Instagram, YouTube e TikTok, ma anche al modo in cui la bilancia tra cibo tradizionale e cibo globale si sposta repentinamente e violentemente per le popolazioni locali dei territori dove questi ingredienti di tendenza sono coltivati, come nel caso dell’avocado o della quinoa.

L’atto di cucinare, di scegliere ingredienti e metterli insieme, non è neutrale e neppure univoco. Eppure c’è una certa universalità di gesti, emozioni e sensazioni. Riunirsi per cucinare insieme, condividere non solo il cibo ma anche le ricette che preferiamo, sono aspetti centrali della nostra socialità. Non a caso, nel corso delle quarantene e momenti di sconforto che hanno caratterizzato buona parte del 2020, molti di noi si sono rifugiati in cucina. Il lievito di birra è diventato introvabile durante il primo lockdown di marzo perché con le mani in pasta abbiamo tutti provato a ricostruire quelle sensazioni di benessere e intimità che molti di noi associano alla preparazione del cibo, al seguire le ricette, inserendo momenti di universalità nella nostra vita quotidiana. La cucina è d’altronde uno dei luoghi primari di scambio, di storia, di alleanza tra generazioni e forse un luogo dove forgiare anche altri tipi di alleanze. 

Tra il 1971 e il 1974, Carol Goodden, Tina Girouard e Gordon Matta-Clark aprirono il ristorante FOOD, nel quartiere SoHo di New York che era all’epoca una zona in decadenza, con l’idea di creare uno spazio di ritrovo e ristoro per i numerosi artisti che abitavano nella zona, e con l’obiettivo di dare uno stipendio a se stessi e ad altri amici. FOOD non aveva un menù fisso, ma ogni giorno offriva piatti diversi proposti da chi si offriva per cucinare (nel corso degli anni, oltre ai tre fondatori si misero dietro ai fornelli Robert Rauschenberg, Donald Judd, Joan Shapiro, Yvonne Rainer e molti altri), con l’unica limitazione collegata alla necessità di mantenere i prezzi bassi. Il ristorante arrivò a servire quasi 100 persone al giorno, proponendo ricette spesso piuttosto particolari, tra cui il piatta “Alive” di Matta-Clark, composta da uova sode svuotate e riempite di gamberetti vivi in salamoia. Altri piatti erano più classici, come il chili preparato da Rauschenberg, oppure più estetici, come una serata in cui pasta verde fu servita con salsa di pomodoro rossa e pasta rossa con pesto verde. Fu Goodden a proporre di cambiare il menu quotidianamente, così che nessuno degli avventori si sarebbe mai annoiato e avrebbe sempre potuto gustare qualcosa di nuovo a FOOD. Questa decisione permise anche di gestire in modo flessibile gli ingredienti, che venivano comprati più localmente possibile, con un approccio molto nuovo per l’epoca. Il ristorante diventò un’estensione dello studio per molti artisti, che sperimentarono la produzione e l’esposizione di opere in questo ambiente. Matta-Clark, ad esempio, realizzò qui alcuni dei suoi primi interventi architettonici e uno dei suoi primi film, A Day in the Life of Food, che documentava la vita del ristorante dalla mattina presto al Fulton Fish Market fino alla preparazione del pane in prima serata. Non appena FOOD iniziò a diventare un progetto di successo anche a livello economico, i tre fondatori lo abbandonarono e il ristorante fu preso in gestione da altre persone fino alla chiusura definitiva negli anni Ottanta. 

In questi anni tramite il lavoro di molte artiste femministe il personale viene riconosciuto come politico. Tutti gli aspetti della vita, cibo compreso, diventano momenti politici ma anche artistici, importanti e condivisi. FOOD diventa presto l’epicentro dei movimenti dell’epoca, tra cui il femminismo, la lotta per i diritti dei neri (Black power movement) e quello per i diritti delle persone LGBTQIA+. Il ristorante rappresentò quindi un momento importante di sperimentazione attiva, per ripensare i sistemi sociali, politici ed economici dell’epoca non tramite la retorica ma attraverso l’azione pratica. Come in una ricetta, le persone che attraversarono questo spazio e il loro lavoro quotidiano nel farlo funzionare diventarono gli ingredienti fondamentali un esperimento collettivo. L’artista Suzanne Harris, molto coinvolta nel progetto FOOD, ha così descritto quello che succedeva nella cucina e nelle sale del ristorante: “We didn’t need the rest of the world. Rather than attacking a system that was already there, we chose to build a world of our own.” - Non avevamo bisogno del resto del mondo. Al posto di attaccare un sistema che era già in piedi, abbiamo deciso di costruirci un mondo tutto per noi.


Nice to meet you

Questo mese abbiamo deciso di provare qualcosa di nuovo! 

Abbiamo iniziato una conversazione con Elena Braida, artista italiana di base ad Amsterdam, e questi sono alcuni frammenti del nostro scambio. 

Giulia

Ecco il gruppo! ✨✨

Fabiola

🍧 ehilà

Ciao Elena, partendo dall’idea di ricetta, hai una tua definizione personale? Quali sono le tue ricette (di qualunque genere) preferite?

Elena

Ciao :)) beh mi piacerebbe riprendere dalla mia tesi di laurea intitolata "The Carrier Bag of Recipes" dove appunto, riporto la definizione di ricetta presa dal vocabolario Treccani:

‘La ricetta è un insieme di istruzioni per attuare un processo di trasformazione in generale, che attraverso varie alterazioni di una o più sostanze di base (ingredienti), sia fisiche (prodotte da azioni) che chimiche (prodotte attraverso miscelazioni e cambiamenti di sostanze ), dà come risultato qualcosa di diverso dagli elementi originali, solitamente di maggior valore o utilità degli ingredienti stessi’.

Il concetto di ricetta non è qualcosa di estraneo per noi. Li affrontiamo nella nostra vita quotidiana, consapevolmente o meno. Considera le istruzioni fornite da tua nonna su come curare il mal di gola,

o la ricetta che hai ricevuto dal tuo medico, che ti consente di acquistare antibiotici per la tua gola infiammata in farmacia. "Una mela al giorno toglie il medico di torno!" una variante del proverbio, "Mangia una mela quando vai a letto e impedirai al dottore di guadagnarsi il pane", che era un'espressione popolare del XIX secolo in Galles. È un esempio di come un proverbio può anche fungere da ricetta, in questo caso una ricetta per mantenersi in salute.

L'antico significato di ricetta viene da il termine latino ‘recepta’, un participio neutro plurale passato di recipĕre che letteralmente significa "cose ​​prese", poiché nel latino medievale la descrizione dei processi di solito iniziava con l'istruzione di "prendere" i vari ingredienti. Pertanto, la "ricetta" imperativa è un'istruzione "per prendere" i seguenti elementi (della lista che ne consegue).

In inglese, "ricetta" non è altro che la prima parola di ogni ricetta, che funziona come un comando. Prendi i seguenti ingredienti (per) ottenere qualcosa. A + B = C, questa è l'equazione per una ricetta.

Così ho iniziato a parlarne apertamente, con i miei amici coetanei, i professori, artisti etc. Ed ho iniziato a collezionare ricette di ogni tipo che alla fine ho incluso nella mia pubblicazione. Tra le mie preferite c’è quella di mia Nonna Romana. Gli ingredienti sono: tristezza, zucchero e fragole. Quando ero piccola e piangevo o ero triste, lei correva al supermercato a comprare le fragole e mi preparava una coppetta pieno di zucchero e ci poneva dentro le fragole intere a punta in giù. E ripeteva ‘questo abbinamento è il sapore delle ragazze dolci’, e così smettevo di piangere, perché smettevo di pensare alle cose brutte e cercavo di immedesimarmi in quelle dolci ragazze, speravo di avere quel sapore. Come un racconto breve, una buona ricetta può inserirci in una piacevole estasi, perché da la possibilità di gustarla nella nostra mente. Non c’è bisogno di eseguirla o aspettare di averla sotto gli occhi ( o la bocca ) per apprezzarla.

Come fonte di ispirazione culinaria e non, seguo Rachel Roddy. https://instagram.com/rachelaliceroddy?igshid=amgayd5j1rab

Giulia

Siii lei fantastica!

Mi ritrovo molto in questo! Anche io iniziando a scrivere l’articolo per questo numero della newsletter ho avuto l’impulso di andare a cercare la definizione di ‘ricetta’, perché con tutti i significati emotivi e profondi che associo a questa parola mi sembrava di non sapere più bene che cosa significasse. A me la definizione ha subito fatto pensare alla magia, a come gli ingredienti in cucina e nella magia diventano qualcosa di sacro e di rituale pur essendo cose di tutti i giorni

Ma voi come vi sentite rispetto alle istruzioni date dalle ricette? Perché io a dire il vero sono quasi incapace di seguire una ricetta passo dopo passo, finisco sempre per fare come voglio io e prendo le regole in modo molto flessibile (mente ho invece il mio ragazzo che si innervosisce perché vuole seguire tutto alla lettera) - voi come vi ponete? Poi mi interessano un sacco anche le ricette preferite!

Fabiola

Io non sono in grado di seguire nessuna ricetta in ambito culinario, ed è strano perché nella vita invece tendo a fidarmi delle indicazioni altrui. In cucina saltano tutte le regole, non sento la pressione di dover riuscire in qualcosa e mi piace partire da una ricetta per poi seguire l'istinto. Ovviamente non funziona quasi mai, ma mi diverto molto di più 🤸‍♀️

Mi piace tantissimo questa ricetta di Nonna Romana. Mi fa pensare tanto anche ai miei nonni e al modo in cui il cibo sostituisse spesso le parole. Ogni volta che stavo male mio nonno mi portava una tisana calda con il cynar e non diceva molto. Non la bevevo mai davvero e per molto tempo mi ha confuso, ma con il tempo ho capito che era il suo modo un po' impacciato per farmi sentire la sua presenza. È come se le ricette (per me) fossero scollegate dal risultato finale. Rappresentano una ritualità che ha un valore di per sé.

Giulia

Il mio ricordo più forte di rituale quasi magico è successo quando da piccola ho preso una insolazione e mia nonna mi ha curato con un rituale per “levari o suli” - mi ha messo sulla testa un piccolo catino con acqua e olio di oliva, in cui ha poi messo una piccola candela in un bicchiere. Mi ricordo l’acqua che sfrigolava attorno al bicchiere caldo mentre mi veniva tolta l’insolazione... ovviamente ha funzionato

Fabiola

Invece quali sono le vostre ricette non culinarie? @Giulia ricordi il nostro melograno pre-esame?

Giulia

Ci stavo pensando! 

Elena

Oh my dears, tra il leggere ed eseguire una ricetta c’è in mezzo un intero universo, di sensazioni, sentimenti, pensieri e segreti. E difatti devo dire che mi piace un sacco perdermi e lasciarmi andare a questo universo piuttosto di cercare di riprodurre alla lettera la ricetta. Perdonate la mia assenza ma come assurda coincidenza, domani organizzerò un workshop di scrittura creativa / impulsiva per indagare sulla metodologia del cucinare con la classe del master di Artez ad Arnhem! Craaaazy

Giulia

Che bello!! Dovrai assolutamente raccontarci come lo organizzerai e cosa verrà fuori

Fabiola

Buongiorno Elena, buongiorno Giulia ☀️ come state?

Com'è andato il workshop ad Artez? Sono veramente molto curiosa. Ti capita spesso di lavorare in questo modo più laboratoriale? O è qualcosa di nuovo?

Vi abbraccio mentre penso a cosa fare per pranzo 🍝

Elena

Ciao bellissime! Tutto bene, tutto regolare qua ad Amsterdam: pioggia freddo e umidità alle stelle. L'unica cosa che mi tira su sono gli infusi alla salvia e buccia d'arancia.

Devo dire che questa settimana mi ha proprio lasciata sorpresa. Subito dopo il vostro caro invito ho ricevuto altre 3 proposte, tra cui quella del workshop, tutte quante inspirate dalla mia pubblicazione. WOW! Mi sa che me le avete chiamate voi.. ;))))))

Il workshop è stato bellissimo, il primo anno di questo master sta ora intraprendendo un modulo di classi orientati alla scrittura e allo sviluppo dell'artist statement. Ovvero cercano di indagare e capire quali sono i loro valori, aspettative, intenzioni, sia come artisti, designer o individui sia come gruppo e collettivo. Quindi io sono subentrata in questo modulo e ho presentato la mia pubblicazione. Dando più attenzione a come mi sono impossessata della metodologia nella scrittura delle ricette, e l'abbia usata come base sia per i miei saggi che nella mia pratica come designer.

L'ultimo passaggio era di prendere questa ricetta e darle uno spazio fisico, la città, la scuola, la casa e così via. L'idea dietro questo workshop era appunto di farli familiarizzare con questo processo di scrittura. E incoraggiarli a sostituire gli ingredienti che hanno portato in classe con i loro valori o prodotti e le loro aspirazioni in modo di riflettere in parole e impulsivamente sui loro bisogno come artisti e designer.

E si, è stato proprio figo! Specialmente ricevere feedback e vedere come le istituzioni qui sono interessate a chiamare alumni nelle scuole per parlare dei propri lavori. Da due giorni penso solo a voler insegnare, e per farlo qui in Olanda dovrei avere un Master. 

Giulia

Che bello!! Super contenta per te Elena ❤️🧿✨

Elena

Fabiola

Davvero molto interessante Elena! È stato lo stesso per il tuo artist statement? Come descriveresti la tua evoluzione artistica finora?

Elena

Per tornare all'artist statement.. ho odiato quell'assignment. Perchè pensavo di non poter riuscire a riassumere tutti i miei interessi, tecniche che uso e materiali in qualche paragrafo. E soprattutto abbiamo iniziato a lavorarci già dal secondo anno, prestissimo per me. Devo dire che il lockdown mi ha aiutato molto a ritagliare del tempo e a riflettere su cosa mi mancasse, della scuola, i workshop, gli amici etc etc. E allora mi resi conto che la cosa che mi mancava di più non era il produrre produrre ma condividere con i miei colleghi studenti. E nel momento in cui ho deciso che la mia pratica come designer e artista si basa sulla condivisione - collaborazione - togetherness - dibattito ho capito che partendo da lì avrei potuto spaziare.

E ora che ci hanno messo full lockdown qui ad Amsterdam sono tristissima. Prima la scelta di non tornare in Italia.. e proprio ora che era tutta contenta di passare il natale qui con gli amici, cominciare nuove tradizioni, fare il pranzo di 8 ore all'italiana.. ora purtroppo il limite di persone a casa scende a 3 e mi sa che dovremo fare una maratona di natale di una settimana per mangiare e vederci tutti.

Voi come vi state organizzando? Non so, l'idea del natale tra intimi va contro la mia morale, natale non è fatto per stare tra pochi no?????????? Comunque non vedo l'ora di fare la pissadaliere! Una focaccia ricoperta di cipolle acciughe e olive nere !

Giulia

🥺🥺 

Anche qui comunque stanno cambiando idea e forse ci saranno regole più severe / quasi lockdown. Pure io non farò Natale in famiglia per la prima volta quindi voglio provare a ricreare qualche ricetta che facciamo di solito in famiglia, tipo le scacce (focacce ripiene siciliane)

Fabiola

Io passerò il Natale con i miei e molto probabilmente anche un po' con le mie cugine e gli zii che abitano al piano di sotto. Sarà sicuramente un Natale diverso, con tanti pezzi e tante tradizioni mancanti. Penso che il Natale sia davvero interessante perchè è una festa davvero pervasa da ricette. Ricette su cosa mangiare, come vestirsi, a cosa giocare e come giocarci, le piccole ricette/tradizioni personali di ognuno per ogni momento della giornata. Una festa che è in sé una ricetta che mette insieme tanti ingredienti materiali e immateriali. Ad una prima occhiata può sembrare strano quanto il discorso politico verta sul Natale in un momento così difficile per tutti ma penso sia indicativo di quante emozioni siano legate a questa festa. Oltre al bisogno primordiale di stare insieme alle persone che ami. 

Quali sono le vostre ricette emotive?

Giulia

Queste le ipotesi mia e del mio ragazzo per menu di Natale e giorni festivi

Elena

Brava Giulia mi sa che domattina metterò giù anche io qualche piatto su carta. Sto mangiando mais in scatola e le ultime verdurine in frigo appunto per fare spazio alla spesa di Natale. Qua ad Amsterdam c’è un negozio che si chiama ‘Appetito’ e ha tutte le cose italiane. Non vedo l’oraaaaaa di accaparrarmi tutto.

Con la mia coinquilina abbiamo creato diversi rituali, se siamo giù ci chiamiamo la mattina e beviamo il caffè assieme, se invece vogliamo parlare del nostro lavoro ci chiamiamo dopo cena. Non so se cadono nella categoria ricette emotive però se ci penso so perfettamente a che stato emotivo mi riferisco, malinconia, felicità, rilassamento.

Tu Fabiola ????? 

Fabiola

Vi ho fatto una domanda a cui io per prima non saprei rispondere ahahah

Più ci penso e più mi vengono in mente delle piccole cose che faccio quando sono sola - molto probabilmente perchè sto passando questa settimana in solitudine e fuori da casa. Ogni volta che cambio città ci sono delle cose che porto con me o che faccio che quando sono nella casa dove sono cresciuta in realtà non faccio mai, come bere un certo tipo di caffè o mangiare determinate cose. Mi sorprende come cambi completamente il mio modo di fare colazione, non tanto per quello che mangio ma per le cose che faccio e i tempi che ho.

Alla fine si torna sempre a parlare di cibo, anche quando parliamo di emozioni

comunque in questi giorni mi sveglio sempre con questa canzone in testa

Elena, Giulia, come ha influito il trasferimento in un'altra città sulla vostra ricerca e sulla percezione del vostro lavoro?

Giulia

Domanda complessa! Per me sicuramente ogni trasferimento ha dato più energia dato che nel cambiamento ci sguazzo abbastanza (mentre fatico con la routine). Sicuramente ogni luogo, situazione e persone incontrate sono stati degli ingredienti che si sono aggiunti andando ad arricchire e rendere sempre più speciale la mia ricerca, portandola in direzioni diverse ma unite allo stesso tempo. Per esempio ho sempre avuto un enorme interesse per l’architettura e il modo in cui lo spazio viene creato, organizzato, rappresentato rendendo alcune cose possibili e altre no. Con il ritorno in Italia ho iniziato a pensare di più alla dimensione del corpo (non neutro) nello spazio e moltissimo anche alla natura e ai suoi processi (cibo incluso eheh)

Elena

Aaaaaaaaaah si domanda complessa. Mi sono innamorata di Amsterdam fin dal primo viaggio, per l’architettura è specialmente le bici. Ahah dopo qualche mese ho avuto lo shock quando ho realizzato che qua la cultura culinaria non era appealing e quasi assente. Devo dire però che la Rietveld e stata una sorpresa. E un po’ una bolla no, però essendoci studenti da tutto il mondo è un continuo scambio culturale interessantissimo. Tuttora vivo ancora in questa bolla e chissà se mi adatterò mai all’Olanda. Ora che mi sono laureata mi guardò indietro e penso.. wow sono una craftwoman (ehehe). Un’artigiana. E mi sbalordisce che sia riuscita a produrre e svolgere così tanti progetti diversi qui. Sapendo che se avessi studiato in Italia, essendo l’uni più accademica ( correggetemi se sbaglio), non avrei di sicuro intrapreso questo cammino. Does it make sense ?

Giulia

Elena

Odddio che bellooooo ho sempre voluto imparare a leggere il significato delle carte! Per quanto anche a me la routine mi uccide e sono un grande fan della spontaneità adoro l’astrologia.

Fabiola

Ma quale dovrebbe essere la ricetta per un buon percorso formativo da artista? E una volta uscite dall'accademia?

Non parlo ovviamente di ricetta per il successo ✨ anche perché va a capire poi cos'è davvero il successo.

Io ogni tanto ci penso e sono davvero felice del percorso che ho fatto perché è stato un po' come la cucina fusion, tanti ingredienti da culture diverse più il mio tocco personale e la mia incapacità di seguire davvero una ricetta. 

Recipe for disaster 🍝

Elena

Ahahah I love this

Oserei dire.. che la ricetta per un ottimo / satisfying percorso scolastico sia di dimenticarsi la ricetta e concentrarsi sui propri ingredienti. Valori, materiali, interessi, piattaforme, colleghi, collaborazioni. E poi una volta usciti sperimentare con questi ingredienti e fare ricette. Prendere il progetto di laurea e testarlo, al di fuori dell’ambiente universitario, prendere gli oggetti prodotti e rivederli sotto un'altra luce, farli vedere etc etc, e la ricetta si farà da sé !

Questa è la mia ricetta

Giulia

mi viene in mente quando in cucina si mescolano diversi ingredienti, anche con una ricetta, ma poi comunque c'è sempre una imprevedibilità di fondo: non c'è mai la certezza di un risultato preciso, sono trasformazioni che possiamo indirizzare ma non del tutto controllare -- davvero alla fine la ricetta finisce per farsi da se! Voi in che modo lasciate spazio al caso nelle vostre pratiche e nel pensare al futuro?

Fabiola

Io sto imparando a lasciare spazio al caso, non è qualcosa di innato o che mi riesce con facilità, nella vita mi piace avere le cose sotto controllo. Quest'ultimo anno non mi ha lasciato molta scelta - penso sia stato così un po' per tutti. Ho deciso quindi di applicare alla vita la stessa filosofia che applico alla cucina, seguire la pancia e cominciare ad unire le cose, anche se non sono sicura del risultato finale. E sicuramente mischiare il più possibile, senza pregiudizi su cosa possa stare bene insieme o meno. Non so dire se stia già funzionando, ma posso dire che in cucina non finisce sempre bene 🐸

Elena

Tornando alla tua domanda, devo ammettere che anche a me piace avere tutto sotto controllo. Situazioni, vita amorosa, programmare tutto al minimo dettaglio. Ma non so perché in cucina è l’unico spazio dove appunto mi lascio andare completamente agli ingredienti. Ho notato adesso che sto cercando di fare spazio nel frigo per la spesa di Natale, e da una settimana che cucino cose improbabili o meglio, creo abbinamenti che non avrei mai consapevolmente scelto. Tralasciando i piatti in sé, più di una volta erano abbastanza tristi, mi stupisce come in situazioni del genere riesco a cavarmela e ad abbinare cose assieme seguendo solo la memoria degli ingredienti  nella mia pancia. Mi fa piacere infatti vedere che si riesce sempre in qualche modo a creare o dare un twist a un piatto o anche solo un ingrediente. Mi fa sentire pragmatica.

Giulia

Elena

❤️ ❤️ bellissima, mi ci rivedo un sacco in questi passaggi

***

Elena Braida (1994), Udine, IT. Vive e lavora ad Amsterdam oramai da 5 anni dove ha da poco portato a termine gli studi all’accademie delle Belle Arti e Design Gerrit Rietveld Academie con specializzazione in materia tessile. Attualmente sta indagando sul rapporto tra pratiche culinarie e tessili sotto il nome della sua ricerca STUDIO BONOMIA1. 

1bonomia /bono'mia/ s. f. [dal fr. bonhomie, der. di bonhomme "buonuomo"]. - [l'essere semplice e mite nell'animo e nei modi]

https://elenabraida.com/home


Interludio 

un articolo in più - Questo mese scritto da un'ospite speciale, Alessandra Saviotti 

Comfort food, ricordi ed emoji

Un pomeriggio, mentre stavo pulendo l’armadio, ho trovato una Jolly Rancher nel taschino di un vecchio giubbino di jeans. Veniva dal furgoncino di Trevor. Le teneva sempre nel suo portabevande. L’ho scartata e rigirata tra le dita. Dentro c’era la memoria delle nostre voci. “Dimmi tutto quello che sai,” ho sussurrato. La caramella ha trattenuto la luce che proveniva dalla finestra come avrebbe fatto un gioiello antico. Sono entrato nell’armadio, ho chiuso l’anta, mi sono accovacciato nel buio stretto e mi sono messo la caramella liscia e fredda in bocca. Mela verde.🍏

Ocean Vuong (2019), Brevemente risplendiamo sulla terra, Milano: La nave di Teseo

Mia madre ha perso la sua quando aveva 17 anni e una delle cose che custodisce gelosamente è il libro di ricette scritto a mano da mia nonna. Il valore affettivo che ha quel quaderno con le pagine ormai a brandelli credo che non sia quantificabile. E infatti ogni anno a Natale, quando ci si ritrova a casa di mia zia per il pranzo in famiglia, arriva puntuale il commento di mia madre sul latte brulee: ‘Ha lo stesso sapore di quello di mama’ 🍮

Quest’anno credo che non riuscirò a sedermi a quella tavola e probabilmente nemmeno il resto della mia famiglia, per cui mi sto organizzando per tempo per ricevere un bel pacco pieno di cibi adatti a ricreare quella sensazione che solo il comfort food sa dare, specialmente a dicembre.

Bisognerebbe aggiungere Latte Brulee

Chi mi conosce sa bene quanto io sia legata al luogo in cui sono nata, la Romagna. In tutte le città in cui ho vissuto ho provato a ricostruirne una piccola parte attraverso amicizie, racconti, corse in spiaggia (nel caso in cui mi trovassi vicina al mare), seratone epiche in discoteca; ma il cibo, beh quello chiaramente ha un posto speciale. Il mio comfort food è la piadina vuota. Proprio non farcita, senza niente dentro. Quando vivevo a San Francisco ho trovato un paio di fast food romagnoli, aperti da due fratelli di Rimini e un altro ragazzo di Cesenatico, le sfogline tatuate a tirare la sfoglia in vetrina per dare un tocco di coolness. Quando ci ho portato un amico che ha ordinato i cappelletti al pesto, si sono rifiutati di prepararli solamente perché, parlando, hanno riconosciuto il suo accento romagnolo. Questo aneddoto lo racconto sempre, perché mi è sembrato un gesto radicale da duro & puro del ricettario, soprattutto se contestualizzato nel contesto degli Stati Uniti in cui ‘il cliente ha sempre ragione’. Anche ad Amsterdam ho subito cercato un piadinaro, infatti una delle prime fotografie scattate nella città caricate su IG, ritrae me che addento la piadina a Waterlooplein. A Bruxelles l’appuntamento fisso era con le piadinare che arrivavano al mercato del lunedì nella piazzetta davanti al comune di Saint Gilles con il camioncino giallo (o forse arancione). Insomma, avete capito.

Comfort food: esiste una traduzione in italiano?

No, non esiste (o almeno quello che ho trovato non mi soddisfa in pieno). Alcune/i pensano che il motivo sia da cercare nel ruolo soprattutto culturale legato al piacere che il cibo ricopre in Italia, ma non penso che si possa generalizzare sulla sensazione che ciascuna/o di noi prova mangiando. Il cibo può rappresentare un rifugio o addirittura una consolazione in caso di psicosi per l’immediata sensazione di sollievo che provoca. Quindi, cercando di tradurre brevemente, comfort food, significa un cibo che risveglia nel corpo una particolare sensazione, talvolta nostalgica, che si prova mangiando, o semplicemente annusando, una determinata pietanza. Non è sostanzialmente legato a qualcosa di elaborato, molto spesso si tratta di un piatto semplice che ricorda una persona in particolare. Come il latte brulee per mia madre, ad esempio. Oppure la madeleine per Marcel Proust. O ancora la mela verde per Ocean Vuong.

Ho fatto un sondaggio tra i miei followers su Instagram 💌 e ho ricevuto molte risposte diverse, ma quasi tutte legate al contesto famigliare (alla nonna) e alla provenienza geografica d’origine.  

Con solamente un paio di eccezioni (il minestrone di verdura), quasi tutte/i hanno indicato qualcosa di molto calorico, ricco di carboidrati, grassi o fritto.Per cui riassumendo, il cibo è qualcosa che provoca delle sensazioni emotive molto forti, perché ha un legame ancestrale con il corpo e la psiche, per le ragioni evolutive legate anche ai ricordi e alle immagini mentali che evoca.

'Gli esseri viventi che si trovano in un contesto selvaggio, dove il cibo è spesso scarso, quando si trovano di fronte ad alimenti ipercalorici o grassi che forniscono un'alta energia metabolica, sviluppano la tendenza a consumarne il più possibile abbondando con le calorie, per assicurare le scorte all’interno del corpo, indipendentemente dalla frequenza, la tipologia e la quantità di cibo ingerito. Questo rappresenta un vantaggio per la sopravvivenza.'

Dal comfort food alla sua emoji

Ho provato a cercare l’emoji corrispondente alla piadina, ai cappelletti, alle lasagne, alla focaccia alla mortadella, ai passatelli e non ci sono. Ma il fatto che un particolare cibo non sia tra le 5 miliardi di emoji che sono inviate ogni giorno tramite Facebook Messenger ad esempio, mi ha spinta a scoprirne il motivo.

L’emoji pesca non significa (solamente) frutto!

Come spiegano le fondatrici di Emojination, l’emoji rappresenta un campo di battaglia per il suo significato sociale e politico che scaturisce soprattutto dall’utilizzo (o il non utilizzo) che se ne fa. Ricordate ad esempio come le femministe in Cina usano le emoji per evitare la censura del #metoo? Attraverso la combinazione di due emoji 🍚🐰 che in cinese si pronunciano rispettivamente ‘mi’ (riso) ‘tu’ (coniglio). Il valore culturale dell’emoji è reale, tant'è che nel 2019 il Museum of Modern Art di New York ha acquisito le prime 176 emoji sviluppate nel 1998 da Shigetaka Kurita per NTT DOCOMO: 

‘Abbiamo sempre meno tempo e spazio per inviare messaggi concisi, che nello stesso tempo rendano l’idea del tono e delle emozioni. Comunicarli, è diventato sempre più difficile, ma necessario.’

Ma chi decide quali emoji introdurre anno dopo anno? La chiave di volta è il dumpling . Quando nel 2015 Yiying Lu, artista e designer si è accorta che l’emoji del suo comfort food non esisteva nonostante la sua transculturalità, ha deciso, come me, di scoprirne di più. Le emoji sono rilasciate periodicamente dall’Unicode Consortium che visiona, vota, e approva un linguaggio visivo che oramai è diventato centrale nella comunicazione globale. I membri che pagano 18.000$ all’anno al consorzio e possono votare, sono 12 dei quali 8 sono delegati di multinazionali americane della tecnologia quali (rullo di tamburi) 🥁: Oracle, IBM, Adobe, Google, Facebook, Shopify, Netflix, SAP, Huawei e il governo dell’Oman. Le aziende menzionate inviano i loro delegati che sono generalmente ingegneri maschi bianchi sui 50 o 60 anni (#MBEB).

Now, let’s take a deep breath.

Come si può allora entrare a far parte del processo decisionale, specialmente a proposito della rappresentazione di qualcosa come il nostro comfort food? La buona notizia è che Emojination lavora per garantire la pluralità e la democratizzazione dell’introduzione delle emoji nel dizionario digitale, e raccoglie costantemente, attraverso open call permanente, moltissime nuove emoji da proporre al consorzio il quale decide in base alla potenziale usabilità dell’immagine che deve essere dimostrata dai proponenti. Tante proposte sono legate alla rappresentazione del cibo, per esempio l’arepa, che ha un forte valore politico e identitario per i designers venezuelani Sebastian Demont e Lumen Bigott, che l’hanno creata e proposta.  Attualmente sono sempre di più le artiste o designers che si dedicano alla ricerca e alla creazione di emoji per rendere la comunicazione più inclusiva. O’Plérou ad esempio ha creato 370 emoji ‘zouzouwka’ che rappresentano aspetti propri della cultura della Costa d’avorio che altrimenti non sarebbero mai entrati a far parte del dizionario emoji. Neanche a farlo apposta, la maggioranza è legata al cibo.

Grazie a tutte le amiche e gli amici che hanno risposto al mio sondaggio con il loro comfort food e che hanno suggerito alcuni riferimenti per l’articolo. Molti cibi non sono rappresentati dalle emoji.  In Italia per esempio, non abbiamo solamente 🍝 o 🍕! Per chi volesse organizzare e proporre la propria emoji al Consorzio Unicode, abbiamo bisogno di: piadina, tteokbokki, cappelletti al ragù, tortellini, mortadella, passatelli in brodo, sfoja lorda, lasagne, gateau di patate, crepes e éclair.

***

Alessandra Saviotti (1982) é una curatrice e docente di base ad Amsterdam. Attualmente è Dottoranda di ricerca alla Liverpool John Moores University - School of Art and Design.

Il suo campo di indagine è legato a pratiche socialmente impegnate, pratiche collaborative e Arte Útil. Partendo dal presupposto che ‘la collaborazione è meglio della competizione’ i suoi progetti vengono sempre realizzati attraverso un approccio collaborativo e di apertura verso soggetti estranei al territorio artistico. É cofondatrice del collettivo Aspra.mente (2006-2016), la cui indagine artistica è rivolta prevalentemente al consumo del cibo come prodotto essenzialmente legato alla terra capace di generare progetti agri-culturali. 

www.alessandrasaviotti.com


Ciliegie 

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Su Canale Di Venti è uscito un bellissimo Parlarne Tra Amici a tema SESSO con Sofia Viscardi e Irene Graziosi ~ #girlcrush

Il canale Pasta Grannies, nonne e nonni da tutte le regioni italiane mostrano le ricette più tradizionali in brevi video stupendi <3 

Nel primo numero vi avevamo parlato di AWI - Art Workers Italia, qui potete recuperare [HOW TO] - serie di incontri online che hanno coinvolto gruppi di lavorat* dell'arte italiani, europei e internazionali impegnati a sollecitare cambiamenti strutturali, esercitare pressioni politiche in ambito culturale e sviluppare strumenti e strategie per negoziare con le istituzioni.

Cose belle da vedere: congiunzione Giove - Saturno e guanciotte

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Noi siamo arrivate alla fine di questo terzo numero di Interstizi.

Grazie per essere arrivat* fin qui, per averci letto, per averci dedicato del tempo. 

Interstizi è in fase di sperimentazione totale quindi se avete suggerimenti, feedback o volete semplicemente condividere con noi cosa vi passa per la testa potete rispondere a questa mail, seguirci su Instagram o scriverci a interstizinewsletter@gmail.com - se invece sei qui per sbaglio ma vuoi saperne di più puoi iscriverti qui

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Interstizi è un progetto a cura di Fabiola Fiocco e Giulia Pistone.  

A presto!