#22
comunità e carrambate
Benvenutə al ventiduesimo numero di Interstizi,
una newsletter occasionale che nasce dal bisogno di mettersi insieme, di condividere riflessioni e pensieri fuori da uno spazio predefinito. Una piattaforma informale di confronto e di ricerca su arte, cultura pop e attualità che speriamo possa aprirsi nel tempo a tanti punti di vista e modalità espressive diverse. Uno spazio fisico e mentale per germogliare, condividere quello che ci sta a cuore, raccontare e raccontarsi, trovare la propria voce ma anche lanciarsi in qualche sano rant.
In questo numero vi parliamo di comunità, isolamento e bisogni emotivi, ridiamo un po’ di noi stesse (perché non c’è cosa più divertente di non prendersi troppo sul serio) e come sempre vi lasciamo i nostri preziosi consigli culturali e non solo.
*spoiler alert, potreste lasciare questa newsletter desiderando intensamente un costume da fungo
Buona lettura! 🌿
Fabiola & Giulia
Panorama
Com’è triste la comodità
Rompiamo subito la quarta parete: questa riflessione ci ha messe a dura prova negli scorsi mesi in cui abbiamo provato a riflettere, individualmente e poi a due, sulla comunità, sull’amicizia e sulle relazioni tra le persone più in generale. Dopo una miriade di appunti, testi sottolineati, vocali e chiamate, ci sembra di aver messo un po’ di ordine ad un groviglio disordinato ma di aver risolto ben poco, perché
che cosa sia, di per sé, una comunità (anche tenendo fuori tutte le valutazioni filosofiche sul tema) è un concetto molto sfaccettato e complesso da afferrare. Istintivamente lo collego alla sensazione che alcuni posti mi danno e che invece altri luoghi hanno inevitabilmente perso e che, nella mia esperienza personale, ha spesso coinciso con la dicotomia paese del sud versus grande città del nord, ma che oggi identifico anche viaggiando al di fuori del cosiddetto ‘mondo occidentale’. La sensazione istintiva di questi luoghi e le forme che i rapporti tra le persone prendono naturalmente sono molto diverse da quelle che la maggior parte di noi sperimenta nella propria quotidianità. Un mondo non iper-individualizzato e in cui la famiglia nucleare chiusa tra le mura domestiche e il tragitto casa-lavoro non sono l’unica norma, in cui il confine tra casa e mondo esterno è ancora sfumato, in cui quando fa caldo si mettono le sedie di plastica sul marciapiedi per prendere il fresco e chiacchierare con chi fa lo stesso davanti al proprio portone o con chi passa per strada senza preoccuparsi dell’occupazione del suolo pubblico, proprio perché lo stesso concetto di spazio pubblico e privato, come l’essere estranei e conoscersi, sono blandi e porosi. Un mondo in cui è normale conoscere i propri vicini di casa e in cui l’atteggiamento generale prevede una certa gentilezza e predisposizione al reciproco aiuto, senza vedere l’altro come un potenziale pericolo ma una risorsa in caso di difficoltà.
Un sistema imperfetto, sicuramente, spesso chiuso, bigotto e respingente verso il diverso in qualsiasi forma, e in questo anche crudele e da non rimpiangere. Ma un sistema che, nonostante tutto, mi affascina, perché profondamente differente dal modo in cui ho vissuto la mia vita in città più o meno grandi in cui i rapporti umani, compresi quelli di comunità e di amicizia, prendono e hanno preso forme molto diverse.
Nonostante le sue imperfezioni, la perdita di questo tipo di comunità intesa in un senso tradizionale è inquantificabile. Per secoli si è vissuto con una certa modalità di rapporti umani e con una visione delle altre persone che sta scomparendo sempre più rapidamente, anche se tuttora permane in alcuni posti in cui il neoliberismo non ha ancora penetrato ogni angolo della vita quotidiana, in cui le persone anche estranee ancora si aiutano a vicenda, si regalano passaggi e tazze di tè e ombrelli se piove, offrono gratuitamente il proprio tempo e le proprie risorse senza pensare solo al proprio discapito. Questa forma di comunità non esiste senza una miriade di piccoli comportamenti quotidiani che la coltivano, comportamenti che possono risultare faticosi e innaturali per chi è cresciut* al di fuori da questo tipo di ambiente e con l’abitudine di pensare solo per se stess*. Byung-Chul Han riflette su questi cambiamenti sociali in La scomparsa dei riti, poiché è proprio sulla ripetitività e immutabilità di un sistema di ordini e valori che si crea e rafforza costantemente il senso di comunità: i riti creano una coscienza e una memoria incarnata, un’identità incarnata, un legame incarnato. Qualcosa che si sente e si agisce nel corpo, non solo qualcosa che si conosce. Secondo Han, molti rituali che creano la comunità sono pura forma: segni e significanti che si esprimono in comportamenti automatici proprio perché ripetuti nel tempo e interiorizzati nella propria esistenza di corpo nello spazio, più che in quella di essere umano pensante. I riti, le convenzioni sociali e la cortesia di cui parla Han vanno contro il nostro ego e i nostri desideri. Per questo chi è cresciuto in una società individualizzata, orientata al culto del sé, del costante miglioramento dell’individualità e discapito degli altri, la sensazione provocata da questo tipo di rapporti sociali è di una frustrante forzatura: dobbiamo sforzarci di andare a salutare qualcun* o a parlargli anche quando non avremmo voglia di farlo, “dover” offrire aiuto al posto di pensare solo al nostro benessere. Mettere da parte le nostre esigenze, il nostro tempo e i nostri spazi non è solo difficile ma è visto come un’assurdità nel nostro mondo che giustifica ogni comportamento egoista come doveroso per la nostra sanità mentale. La buona educazione scompare, giacché il culto dell’autenticità la disdegna.
Il neoliberalismo ha fatto della libertà e dell’individuo i suoi fondamenti. Il mito della libertà individuale, capace di sostituire ogni forma di legame collettivo, è stato la chiave della sua diffusione e del suo successo. Dopo una fase storica dominata dall’impegno e della violenza politica, dai dettami rigidi e sobri delle grandi istituzioni (come la chiesa, il regime o il partito), gli anni Ottanta e Novanta sono stati caratterizzati da quello che Anton Jäger definisce un sentimento post-politico, un rifiuto per le narrazioni e l’idea di società della fase precedente e un ritiro verso l’interno, l’inizio di una contrazione sistematica del nostro mondo, fino ad arrivare ai soggetti totalmente atomizzati ed ibridati di oggi. All’identificazione data dalle ideologie si è gradualmente sostituita l’identificazione attraverso il consumo, una costruzione archetipica che oggi trova riscontro e una sua evoluzione folle nelle para-comunità online di chi acquista l’ultimo modello di Labubu. Se non sapete cosa sono, lucky you amicɜ.
Come ricostruisce Bertram Niessen, con l’arrivo di internet, l’idea di comunità è stata velocemente assorbita e messa a valore dal marketing degli anni 2000, venendo utilizzata per identificare gruppi di utenti accomunati metaforicamente e concretamente da gusti e scelte di consumo. Alla progressiva scomparsa delle comunità spontanee, reali, è corrisposta la proliferazione di surrogati di comunità, spesso a pagamento. E se, come continua Niessen, negli anni Dieci del 2000 la “comunità” come concetto e progetto finisce con l’essere ovunque, questa diffusione ne implica inevitabilmente la rarefazione. Una rarefazione e neutralizzazione che è oggi evidente, online quanto offline, e che ha portato alla costruzione di gruppi che sembrano più culti, fanbase o focus group che comunità, in cui le persone si ritrovano per sublimare i propri sentimenti e immergersi in casse di risonanza in cui evitare ogni frizione o conflitto.
Senza inoltrarci in analisi socio-economiche, l’atomizzazione così come la frammentazione della società è stata funzionale all’indebolimento del corpo sociale e politico, rendendoci individui privi di radici e cominciando a sostituire i legami sociali cementati da favori e regali con la reificazione della relazionalità. Mentre ciò che ci viene in mente leggendo queste parole sono forse primariamente film come Her o i chatbot che si fingono la tua fidanzata per sopperire alla mancanza di affetto reale ed evitare di provare effettivamente a mettersi in gioco nel mondo, ciò a cui faccio davvero riferimento sono tutti questi servizi che gradualmente, soprattutto ma non solo a seguito dello sviluppo della gig economy, hanno cominciato a sostituire tutte quelle attività che richiedevano originariamente un confronto diretto con l’altro. Fare la spesa, offrire un passaggio, il servizio clienti, prenotare il dottore. Cose che la mia ansia sociale ha accolto con grande gioia, potendo finalmente evitare di dover fare una chiamata e andare alle poste, ma che con il tempo hanno reso il mio mondo sempre più piccolo, garantendomi in cambio la promessa della comodità, di una vita in cui potevo scegliere con chi entrare in relazione e con chi no. Ho realizzato la nocività di questo processo qualche mese fa, grazie ad un TikTok. Negli ultimi mesi, infatti, si è fatto strada nei video commenti di content creator e analisti culturali un mantra banale quanto reale, ovvero che è proprio il fastidio il prezzo che si paga per avere una comunità.
Abbiamo perso l’abitudine al fastidio, sotto ogni punto di vista: oggi abbiamo qualsiasi risposta in tempo immediato, ci togliamo subito ogni dubbio, non sbagliamo mai strada, non aspettiamo agli appuntamenti senza sapere se l’altra persona arriverà oppure no, mentre sempre più persone utilizzano ChatGPT per cercare conforto, al posto di rivolgersi ai propr* car* o a professionist*. Il problema, però, è proprio che tutti i rapporti interpersonali, dalle relazioni con i nostri familiari, agli amici, colleghi e in senso più allargato a quelli di comunità sono scomodi, ambigui, complessi, richiedono lavoro e comunicazione e spesso non ci lasciano addosso l’immediata soddisfazione che una chat con un algoritmo tarato per compiacerci possono darci.
Negli scorsi anni sui social media si è sempre più diffusa la conversazione attorno al cosiddetto therapy speech, espressioni che riprendono in maniera molto semplificata il linguaggio utilizzato durante le sedute di psicoterapia e che vengono principalmente utilizzate per giustificare comportamente egoistici. Un cardine del therapy speech è l’idea di creare dei netti confini tra il sé e gli altri per proteggere i propri bisogni e la propria pace interiore, senza compiacere le altre persone, esemplificato dalla frase one bad vibe and I’m out, basta un atteggiamento sbagliato per chiudere completamente un rapporto. Nel 2021, nei primi interstizi, ragionavamo sui limiti del discorso sulla self-care come forma di azione politica, sui rischi delle tendenze e ossessioni sul miglioramento di se stessi, della propria produttività, del biohacking. Nel #2 di interstizi facevamo riferimento ad un tweet in cui veniva offerto un modello di risposta da utilizzare con i propri affetti nei momenti in cui si è mentalmente ed emotivamente impossibilitati ad essere presenti per loro, interrogandoci sul modo in cui la diffusione del linguaggio terapeutico stesse modificando le dinamiche sociali, introducendo forme di tutela quanto di rimozione e offesa. In questi anni, tali temi hanno continuato a circolare, frammentandosi lentamente di pari passo alla frammentazione o comunque al disvelamento dei limiti e della pericolosità delle politiche identitarie rispetto a quelle sociali e collettiviste, fondate sul materialismo storico, e scontrandosi con l’ascesa di governi fascisti e di estrema destra, che trovano nella difesa della libertà individuale (ma sempre e solo di specifici individui) la loro piattaforma principale, riuscendo a far fronte al senso di spaesamento e solitudine imperante, attraverso la creazione di comunità fondate sull’odio e sul privilegio. Una dinamica relazionale che non prevede nessuna forma di conflitto o messa in discussione. Siamo tutt3 più atomizzat3 e sol3 ma siamo tutt3 anche arrabbiat3 e livoros3 ed incapaci di fare o affrontare una qualsiasi fatica o dispiacere per uscirne. Di nuovo, la condivisione di determinati stati emotivi non è pensata come forma di connessione, collettivizzazione o alleanza, ma come strumento reputazionale e, dunque, economico. Una descrizione parziale ma secondo me puntuale e facilmente generalizzabile di questa postura è contenuta nel libro Sad girl: La ragazza come teoria di Sara Marzullo. I pensieri e le emozioni non sono qualcosa con cui entrare in contatto, da osservare e sviscerare, ma delle verità assolute, da assumere, capitalizzare o rifiutare in toto. Davanti a questa continua mercificazione dell’empatia, non sorprende la diffidenza e lo scetticismo verso determinate modalità espressive o la loro reale genuinità, così come la scelta del distacco o dell’isolamento come forma di protezione. Come andare oltre questa dicotomia improduttiva?
Sempre nel 2021, presentai a una conferenza un paper il cui sottotitolo era Ripensare la capacità generativa del disagio come strumento di prefigurazione collettiva (artistica), in cui mi interrogavo sulla socializzazione del disagio come pratica generativa, capace di promuovere forme più sostenibili di alleanza e di sostegno reciproco. Un’intuizione certamente stimolante, che si inseriva e veniva nutrita dai discorsi della teoria transfemminista e dalle sperimentazioni artistiche volte a creare costellazioni, arcipelaghi, a “fare parentela” (per usare le parole di Donna Haraway). Una produzione diffusa ed urgente che nel tempo ha continuato a espandersi, producendo altro sapere, connessioni, progetti, podcast e libri che ci invitano ad abbracciare nuovi paradigmi affettivi e relazionali, ma che non riescono a darci strumenti reali per uscire dalle nostre comunità identitarie o ideologiche, per oltrepassare le nostre affinità elettive e entrare davvero nel mondo, diventando comunità vivente. Una forma di razionalizzazione e individualizzazione di esperienze ed emozioni che pervade ogni romanzo di Sally Rooney e dei tanti suoi epigoni: storie in cui ci riconosciamo, ammettendo l’incomunicabilità e l’egoismo che ci attraversano, ma che sappiamo solo osservare, vivisezionare, coccolare avidamente, coltivare con ironia, senza mai riuscire davvero a superarli.
Ma se si allarga lo sguardo oltre le comunità online, oltre le speculazioni teoriche, le analisi e le critiche rivolte alla retorica della main character syndrome, del ‘non ti devo nulla’, della tutela della propria pace interiore, rimane un bisogno concreto di relazione e comunità, di avere rapporti umani intenzionali e reali. Dopo una prima curiosità verso le ricostruzioni culturali e sociologiche sul tema, ciò che ho lentamente cominciato a notare e su cui continuo ad interrogarmi non sono le motivazioni o le cause, storiche o contingenti, di determinati fenomeni ma il fatto che queste analisi continuano a descrivere un mondo che non esiste. Un mondo in cui le persone sono entità astratte, incasellate in macro-categorie costruite sulla base di età, nazionalità, preferenze ideologiche e abitudini di consumo. Mentre questi raggruppamenti possono essere molto utili nel campo scientifico o commerciale, non tengono però conto delle sfumature e dei compromessi in cui viviamo e del fatto che una maggior consapevolezza politica o teorica non ci può salvare, da sola. Gli ostacoli non derivano da una mancanza di conoscenza, dal non aver letto il libro giusto o non voler andare a fare la spesa al mercato per una scelta puramente soggettiva. È necessario riconoscere che, al centro della nostra solitudine spesso non c’è una scelta razionale, una rivendicazione politica, un’intenzione di isolamento egoistico ma una fatica condivisa e totalizzante, annichilente. Chi mi può aiutare quando non riusciamo ad aiutare nemmeno noi stessɜ?
Questa fatica deriva sicuramente dalla nostra crescente incapacità di tollerare il disagio ma anche dalle circostanze concrete in cui ci troviamo a vivere. Abbiamo lavori, spesso precari, che ci assorbono, ci impegnano, ci dividono e ci stancano senza gli spazi comunitari delle generazioni precedenti, in cui la stabilità dei contratti, un salario più adeguato ai costi della vita e la presenza di forti reti di sindacato garantivano maggiore spazio di vita e spesso agevolavano la formazioni di comunità solidali direttamente sul posto di lavoro, cosa che nella competizione odierna avviene sempre più di rado. Le amicizie diventano uno slot su Google calendar, una corsa contro il tempo, un momento in cui ci si racconta a vicenda delle proprie vite spesso senza riuscire effettivamente a fare qualcosa insieme e a creare nuovi ricordi. È anche sempre più difficile diventare amici in maniera pura, con un rapporto che nasca sulla base di forti affinità, interessi comuni e compatibilità emotiva, perché spesso i contesti in cui incontriamo nuove persone sono lavorativi oppure legati all’auto miglioramento, in cui si stratificano competizioni, gelosie e dinamiche di do-ut-des che non dovrebbero di per sé appartenere all’amicizia.
Tornando ai magici anni Dieci, oltre all’indie sleaze, ricordiamo sicuramente l’entusiasmo delle grandi mobilitazioni, dei teatri occupati e degli accampamenti, di come molte delle istanze una volta marginali come il femminismo intersezionale o i diritti LGBTQIA+ si affacciavano finalmente sulla scena pubblica, in un’apparente accelerazione collettiva verso un orizzonte di giustizia sociale e tolleranza. Quel momento si è rivelato però fragile, spazzato via da contraccolpi violenti e inaspettati. Caduta questa patina di ottimismo, ci siamo trovatɜ a dover fronteggiare una società improvvisamente più aggressiva, spregiudicata. Chiunque abbia provato a far parte di un gruppo orizzontale in contesti di attivismo, lavoro o anche amicizia, sa bene che c’è poco di idilliaco e di utopico in qualsiasi relazione che provi ad uscire dagli schemi più nucleari e superficiali. Anche qui ritorna la difficoltà e la complessità dei rapporti umani, unita però a subdole manifestazioni di volontà di potere, egocentrismo, misoginia e competizione introiettati e molto difficili da sradicare. Le nostre bolle sono lentamente scoppiate, dissolvendosi o trasformandosi in trincee. Le modalità comunicative digitali e le guerre culturali hanno accelerato un processo di polarizzazione che ha reso sempre più difficile parlarsi, ascoltare, persino riconoscersi. Quelle categorie e forme discorsive nate per aprire, includere, curare, hanno finito per irrigidirsi e per riprodurre meccanismi di separazione, diventando barriere sottili ma costanti, filtri che imponiamo prima di tutto a noi stessɜ, più o meno consapevolmente. E qui non stiamo cadendo nella trappola del non si può più dire nulla! – che se ci leggete sapete bene non appartenerci.
Il problema non è l’eccesso di sensibilità, ma l’incapacità di farne qualcosa, di navigare e donare la vulnerabilità, propria e degli altri, e di trovare in questa lo strumento per ricostruire lentamente i legami degradati dal tempo e dalla corrosività delle ideologie in cui più o meno consapevolmente siamo immersɜ. Ma, appunto, il punto non è solo il linguaggio, né la volontà. Svuotatɜ dalla stanchezza, siamo pienɜ di informazioni ma con sempre meno capacità di azione, in una dissonanza continua tra quello che sappiamo e quello che possiamo, che agiamo. Anzi, questo sovraccarico di informazioni rischia di acuire il senso di rabbia, impotenza e frustrazione che proviamo, allontanandoci ancora di più dal mondo nella sua espressione più immediata, ovvero il nostro quartiere, la nostra città, il nostro gruppo di amicɜ. Dopo anni di esposizione continua al dolore altrui e al nostro, dopo il sovraccarico cognitivo delle crisi, dopo la costante sensazione di essere inadeguat3, insufficienti, sol3, ci siamo ritrovat3 svuotat3. Per questo i tentativi di comunità, di alleanza, di ritorno allo spazio pubblico ci appaiono a tratti genuini, a tratti disperati. Perché sentiamo che ci servono, ma non abbiamo quasi più le energie per sostenerli. E questa frattura è forse una delle forme più profonde del nostro disorientamento presente: sapere cosa manca, sapere anche dove potrebbe essere, ma non riuscire a raggiungerlo.
Quest’anno ho avuto l’opportunità di vedere per due volte e in due contesti diversi la presentazione del lavoro Sole crushing dell’artista Meriem Bennani. Si tratta di un’immensa coreografia composta da 201 infradito e ciabatte di gomma montate su diversi supporti di legno oppure di metallo e unite da un complesso sistema pneumatico che fa muovere e battere le scarpe contro i loro supporti. Il risultato è una composizione complessa e coinvolgente di ritmi che ricorda la tradizione musicale marocchina della dakka marrakchia, basata proprio sulle percussioni - ma, anche, nello spazio espositivo, la creazione di una performance ipnotica. In entrambe le occasioni in cui ho visto Sole crushing (alla Fondazione Prada di Milano e da Lafayette Anticipations a Parigi), il pubblico è rimasto incantato dalla complessità del lavoro: è quasi impossibile restare immobili e non muoversi al ritmo, sorridendosi a vicenda perché chi avrebbe mai pensato che una stanza piena di scarpe animate sarebbe riuscita a creare qualcosa di tanto speciale. Ed è proprio qui, per me, l’essenza della comunità. Una sensazione comune di partecipazione nello stesso intento, una composizione coreografica e sincronica in cui però ciascun* ha il suo posto imprescindibile e insostituibile, centinaia di suole che battono per terra, che camminano insieme.
Ho pensato molto a questo lavoro ogni volta che ho partecipato ad uno dei presidi, delle manifestazioni e degli scioperi generali contro il genocidio in atto (nonostante il fantomatico ‘cessate il fuoco’) a Gaza. Decine di analisi e commenti sono stati scritti nell’ultimo paio di mesi per evidenziare come raramente nel nostro Paese si sia vista una tale mobilitazione. Scoprire che le persone - noi stessɜ! - sono disposte a rinunciare ai propri programmi, alla propria tranquillità e riposo, a giornate di retribuzione in busta paga per scendere in piazza, anche in tarda serata e anche all’ultimo minuto, camminare chilometri e chilometri e poi tornare indietro senza mezzi pubblici, stando fisicamente nello spazio insieme ad altre persone per sentire di non essere sole, di essere parte di una comunità di sconosciutɜ che la pensa allo stesso modo, che vuole opporsi a quanto sta succedendo, che è capace di rinunciare al proprio tornaconto personale - ha tutto quasi del miracoloso. Constatare che ci sono tante persone per cui protestare, scendere in piazza insieme per far sentire la propria voce, è più importante di tutto: non piegarci alla mentalità da schiavi a cui ci vorrebbe soggetti l’attuale sistema capitalista-liberale-autoritario di destra, in cui il tragitto casa-lavoro, il lavoro fine a se stesso, la famiglia nucleare e l’acquisto di paccottiglia a caso che molto probabilmente neppure ci serve sembra essere l’unico obiettivo. Un sistema in cui le cose e le risorse, di qualsiasi tipo, sono più importanti delle persone e dei legami tra di loro.
Se è vero che le comunità sono irrimediabilmente perse e che abbiamo un rapporto complesso con il disagio, il nostro bisogno di rapporti umani continua a fare parte di noi e, nella pratica, a darci da pensare e da lavorare. Finiamo così per rivolgerci ai sistemi di supporto che ancora ci rimangono, l’amicizia e le relazioni amorose, ma nessuno delle due coincide perfettamente con la comunità, cioè quello di cui avremmo davvero bisogno, questo gruppo di estranei in cui tacitamente ci aiutiamo un po’ tuttɜ a vicenda, e nessuno delle due può reggere il peso di questa mancanza.
Come scrivere una conclusione di qualcosa che è ancora aperto, in fieri, forse irrisolvibile? Come scrivere una conclusione dopo aver detto che forse il punto è proprio che ragioniamo troppo e che non sappiamo più che farne di tutte queste parole, tutte queste emozioni, tutto questo corpo? Aggiungendo altre domande senza risposta e mettendo le mani avanti, probabilmente, cercando di non arrenderci a quello che sembra status quo, scendendo insieme nello spazio in ogni occasione possibile, riallacciando le fila delle piccole cortesie e convenzioni sociali che ci aiutano a sentirci più radicate nel tempo e nello spazio, pensando sempre con compassione alle nostre mancanze e a quelle de/llɜ nostrɜ amicɜ: stiamo tuttɜ solo cercando di fare del nostro meglio, con quello che abbiamo.
Interludio
Interstizi Bingo
ovvero, lista delle cose che ci ossessionano e piccoli tick da tenere a portata di mano con ogni numero
Ciliegie *
i nostri pick culturali
🍒 Letture 🍒
Un romanzo: I’m a fan di Sheena Patel, disponibile anche in traduzione italiana, Ti seguo, edito da Blu Atlantide, una storia iper contemporanea sulle relazioni sociali, amorose e parasociali - amato da Giulia e odiato da Fabiola, make of that what you will.
Bis: Contro un mondo senza amore di Susan Abulhawa (Einaudi editore), una storia di comunità, donne e resistenza tra la prigione, i luoghi della diaspora e la Palestina.
Tris: Empusium, l’ultimo romanzo della scrittrice Olga Tokarczuk, l’atmosfera perfetta per una lettura invernale: un sanatorio tra le montagne, conversazioni ricche ed eventi misteriosi.
Un saggio: Il capitale nell’Antropocene di Kohei Saito (e, in inglese, anche Radical Abundance: How to Win a Green Democratic Future di Kai Heron, Keir Milburn e Bertie Russell per farvi prendere male e bene allo stesso tempo)
Un articolo: Heavy Metal e anti-esotismo
Misc: Alessandra Saviotti si è fatta prendere e un numero molto bello e necessario di Secchiate
🍒 Musica 🍒
Un mix musicale che racconta della variabilità e imprevedibilità degli ultimi mesi, forse. Non possiamo non iniziare con Ornella Vanoni, per poi invitarvi a continuare a volare e soffrire con Andrea Laszlo De Simone e perdersi con i Dengue dengue dengue. Ci siamo poi un po’ ossessionate con Is it now?, nuovo album delle Automatic (e soprattutto la traccia Terminal, on repeat), per finire con un po’ di cattiveria con Mes Larmes di Evil Grimace e con un ricaccio dai gloriosi Anni Dieci: Master of My Make-Believe di Santigold.
🍒 L’Internet 🍒
Anna Tsing e Donna Haraway vestite da funghi all’opening della mostra FUNGI a cura di Tsing e Feifei Zhou
Gesù salva Napoli con il turismo
Aby Warburg, i tarocchi e la sopravvivenza degli dei pagani, conferenza del Warburg Institute (in inglese)
Un tiktok su cui dovremmo scrivere un luuuuuuuuuuunghissimo numero di interstizi presto e un altro parecchio cringe ma con consigli facili e utili per le overthinking anxious ame lì fuori e un altro ancora perché Anna Pepe e Jane Austen sì dai <3
Wikipedia ma per film, capito????
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Noi siamo arrivate alla fine di questo ventiduesimo numero di Interstizi.
Grazie per essere arrivatə fin qui, per averci letto, per averci dedicato del tempo.
Interstizi è in fase di sperimentazione permanente quindi se avete suggerimenti, feedback o volete semplicemente condividere con noi cosa vi passa per la testa potete rispondere a questa mail, seguirci su Instagram o scriverci a interstizinewsletter@gmail.com - se invece sei qui per sbaglio ma vuoi saperne di più puoi iscriverti qui
Interstizi è un progetto a cura di Fabiola Fiocco e Giulia Pistone.









già mi avevate conquistato, ma con anna pepe e Jane austen ☠️