#4

anno nuovo, vita nuova

Benvenutə al quarto numero di Interstizi,

una newsletter occasionale che nasce dal bisogno di mettersi insieme, di condividere riflessioni e pensieri fuori da uno spazio predefinito. Una piattaforma informale di confronto e di ricerca su arte, pop culture e attualità che speriamo possa aprirsi nel tempo a tanti punti di vista e modalità espressive diverse. Uno spazio fisico e mentale per germogliare, condividere quello che ci sta a cuore, raccontare e raccontarsi, trovare la propria voce ma anche lanciarsi in qualche sano rant.

In questo numero abbiamo riflettuto un po’ su come iniziare questo 2021, senza aspettative e senza ansia da prestazione. Abbiamo chiesto aiuto all’arte e abbiamo ascoltato, visto e letto cose belle. E già questo ci sembra un ottimo inizio.

P.S.: ma voi lo sapete cos’è la tecnica del pomodoro?

Buona lettura! 

Fabiola & Giulia


Panorama

La versione migliore di noi stessɜ

È di nuovo quel periodo dell’anno.

Quello in cui scopriamo un nuovo canale YouTube sulla mindfulness, scarichiamo un’app che ci spinge a bere due litri d’acqua al giorno e iniziamo un corso online che non finiremo mai e che ogni due settimane ci manderà una mail per ricordarcelo. 

Il mese di gennaio è tradizionalmente un mese pieno di aspettative e potenzialità che sentiamo il bisogno di mettere subito alla prova. Mentre i punti di arrivo possono essere diversi, il punto di partenza è solitamente lo stesso. Sentiamo il bisogno di scrollarci di dosso il passato, percepiamo che c’è qualcosa che non va e che deve essere cambiato, qualcosa nel nostro modo di lavorare, nella nostra routine, nelle relazioni con gli altri. Ogni gennaio, come ogni lunedì, si rinnova il nostro patto con noi stessɜ e con il nostro ruolo di cittadinɜ funzionanti. La volontà di migliorarsi è parte integrante della nostra natura di animali sociali e non è qualcosa di problematico di per sé, anzi può essere letto come un atto di amore e compassione verso il nostro corpo e la nostra mente. Cercare di raggiungere un senso di benessere e tranquillità.

Per qualche strano motivo però questo bisogno si traduce spesso in una serie di strategie volte non a diventare persone più serene, andando ad analizzare pensieri ed emozioni e cercando di modificare pattern comportamentali nocivi, bensì soggetti iper performanti. Nello specifico, l’ambito di azione su cui sembrano concentrarsi i maggiori sforzi è l’ottimizzazione nella gestione del tempo, grande piaga dei nostri giorni e dei nostri cervelli così poco allenati a concentrarsi su un’attività per più di qualche minuto. Un insieme di consigli che combinano credenze comuni con elementi scientifici e spirituali. Essendo noi per prime poco inclini ad una sana gestione delle nostre giornate, ammettiamo di essere affascinate da queste tecniche volte a massimizzare la produttività e dalle routine dei personaggi cosiddetti di successo. Una cosa che troviamo particolarmente interessante è la terminologia con cui vengono spesso indicate - productivity hacks - vale a dire meccanismi volti letteralmente a riprogrammare le nostre azioni e processi mentali. Attraverso una serie di regole e sistemi di obblighi e ricompense, queste vanno ad agire sulle nostre abitudini giornaliere, regolando ogni ambito della vita - quanto dormiamo, cosa mangiamo e quanto tempo dedichiamo ad alcune attività - incasellando azioni ed emozioni. L’evoluzione di questo processo è il bio-hacking, ovvero l’assunzione di sostanze (come avviene con il micro-dosaggio psichedelico) o la reiterazione di pratiche volte a cambiare il nostro organismo e la nostra fisiologia. Secondo questa visione del mondo, basata su meccanismi standardizzati ed infinitamente replicabili, siamo macchine imperfette ed è dunque necessario agire sui nostri errori di sistema per poter tornare ad essere soggetti funzionanti. 

L’uomo però non è una macchina e non esistono formule per il successo. Anzi, l'illusione del progresso causato dal consumo continuo di video, libri e podcast motivazionali producono un effetto contrario, definito action faking, falsificazione dell'azione: fare cose che ci fanno sentire come se stessimo facendo progressi quando in realtà non è stata compiuta alcuna azione reale. Oltre la costanza e la fatica, due elementi imprescindibili nell’attuazione di cambiamenti duraturi, ciò che è necessario tener presente è la realtà del singolo individuo. Ogni persona nasce in un contesto storico, sociale, economico e politico totalmente diverso, più o meno privilegiato. La necessità di riconoscere la propria posizione e agire con consapevolezza e razionalità è molto più importante di ogni doccia fredda o tecnica del pomodoro. 

Sarebbe sbagliato ignorare o banalizzare questo bisogno e la grande domanda che ne deriva, interpretandoli solamente come una deriva del neoliberismo e un asservimento volontario al capitale, quando rappresentano a loro modo tentativi forse ingenui ma perfettamente naturali di una ricerca di pace. Si tratta, di fatto, di una tematica piuttosto scivolosa perché la grande maggioranza della teoria post-marxista / femminista / queer e, più in generale, delle analisi provenienti dal mondo accademico relativi al self-care, alla cura del sé, tendono unanimemente a darne una lettura negativa. In un ambiente professionale sempre più basato sul lavoro intellettivo ed affettivo, sulle nostre capacità relazionali, su processi produttivi immateriali che si sovrappongono continuamente, sempre più frenetici e più difficili da controllare e valutare, anche la cura diventa strumentale. Stare bene coincide necessariamente con ottimizzare se stessi, diventare macchine efficienti, ingranaggi che funzionano ancora meglio grazie a 10 minuti di meditazione fatti tramite una app, un consulto psicologico online e un costoso abbonamento ad uno studio di yoga, mescolando le nuove tecnologie che invadono la nostra privacy a pratiche millenarie, generalmente appartenenti a culture non occidentali. Queste teorie vogliono mostrarci il modo in cui, acquistando beni e servizi che ci portano a lavorare sul nostro corpo e sulla nostra mente, finiamo per fare ancora più lavoro gratuito che ci asservisce ancora di più al sistema e, fondamentalmente, cerchiamo di reagire come singoli individui ad un problema che è però collettivo e sistemico. Su quest'ultimo punto, a dire il vero, siamo anche d’accordo: l’epidemia globale di salute mentale, con aumento spaventoso delle diagnosi di depressione, ansia e altre patologie, soprattutto tra le fasce di età più giovani della popolazione, è un problema che crediamo direttamente correlato con l’attuale sistema tardocapitalista. L’aumento di malattie croniche autoimmuni e di reazioni allergiche viene sempre più collegato all’inquinamento atmosferico, alla contaminazione delle falde acquifere, a sostanze presenti nei prodotti che consumiamo, insomma a tutto un insieme di fattori riconducibili anch’essi all’attuale sistema economico e produttivo. 

Se la volontà di migliorarsi nasconde in realtà dinamiche di auto-sfruttamento, come facciamo a decidere qual è il limite tra benessere e assuefazione? E quali strumenti abbiamo contro questo processo auto-inflitto? Uno sciopero da noi stessɜ? Auto-sabotaggio? In questi ultimi mesi moltɜ sono statɜ costrettɜ a fermarsi, una pausa che ci ha chiesto di prendere le distanze da determinati stili di vita e che ha prodotto una crisi generalizzata. Alcunɜ hanno reagito iniziando un corso di lingua, altrɜ annullando ogni spinta vitale, nel limite del possibile. Come sintetizzato efficacemente da Taylor Lorenz in primavera: self-optimization in this time is futile, l’auto-ottimizzazione è in questo momento inutile. Ma anche nel secondo caso, abbracciare l’anti-produttività potrebbe non essere stata una risposta valida, ma un ulteriore sintomo. Kyle Chayka ci fa notare come già prima della pandemia, la cultura americana stesse abbracciando l’annullamento come antidoto al sovraccarico del capitalismo digitale e si chiede se questa possa davvero considerarsi una fuga o solo un'altra trappola: 

«Questa ossessione per l'assenza, la cancellazione intenzionale di sé e di ciò che ci circonda, è l'apoteosi di quella che sono arrivata a pensare come una cultura della negazione: un insieme di prodotti culturali […] che mostra una desiderio di rifiutare la sovra-stimolazione che definisce l'esistenza contemporanea. Questo ritiro, che ha preso piede nel decennio precedente la pandemia, tradisce un sentore sinistro: un crescente fallimento dell'ottimismo verso le possibilità del nostro futuro, una disillusione che il Covid-19 e la relativa crisi economica hanno solo intensificato. È come se volessimo sbarazzarci di tutto in anticipo, comprese le nostre aspettative, in modo da non avere più nulla da perdere.»

Se in un primo momento questo ritrovato interesse per il miglioramento di sé è sembrato una risposta alla cosiddetta hustle culture, una cultura del lavoro totalizzante e aggressiva, l’analisi di Chayka mette invece in luce un problema molto più profondo e generalizzato: la produttività come risposta al bisogno di senso e di appartenenza. Superate le grandi narrazioni politiche, i partiti e la religione, il concetto di produttività e di auto-miglioramento assurgono al ruolo di guida spirituale. Un percorso di apprendimento che avviene all’interno di una comunità, spesso digitale, che ci fa sentire meno solɜ ma che proprio per questo spesso rifugge da un impianto professionale e scientifico. Abbiamo bisogno di risposte semplici per scappare dalla complessità della realtà, ma abbiamo soprattutto bisogno di sentirci parte di qualcosa e siamo dispostɜ anche ad annullare una parte della nostra individualità per farlo. 

Ci sembra però che in entrambi i casi ciò che viene a mancare sia l’accettazione del bisogno come componente umana, la necessità di compassione per la propria fallacia e la possibilità di un compromesso. Per questo ci colpisce che, di fronte alla vastità del problema, tantɜ finiscano per trattare la tematica in modo da demonizzare qualsiasi tipologia di aiuto che le persone possano provare a cercare per sopravvivere al meglio. Cosa che, a nostro parere, finisce per creare un cul-de-sac teorico, una strada senza via di uscita in cui non vengono date alternative o soluzioni pratiche, attuali, immediate, alla sofferenza fisica e mentale di tante persone. Il rischio di denigrare qualunque pratica di cura di sé è quello di non riconoscere la sofferenza, fisica e mentale, di tante persone che hanno bisogno di qualcosa adesso, non quando la rivoluzione ci avrà liberati dal giogo del neoliberismo. Un altro rischio è quello di ricadere nell’abilismo, nel non riconoscere la sofferenza degli altri e nel giudicarli, senza compassione, perché non sono abbastanza duri e puri - condividiamo qui un post di Tlon che ci sembra riporti in modo semplice e conciso un punto importante.

Volendo uscire dalle sabbie mobili teoriche legate al mondo del self-improvement, ci sembra dunque necessario ripartire dall’accettazione della vulnerabilità, superare il senso di colpa e cominciare ad ascoltarci senza pregiudizi per capire cosa ci serve davvero, come individui e comunità; attivare un percorso di riappropriazione di pratiche e strumenti che non nascono con scopo di lucro. L’accesso a percorsi di guarigione e di cura non comporta necessariamente un ‘consumo’ o un investimento economico - in beni, servizi e risorse - ma può anzi costruire comunità unite, incentivare il dialogo e la comprensione reciproca, la coesione invece della competizione, tutti valori di fatto anticapitalisti. La produttività e l’efficienza non sono esclusivamente questioni personali, ma sono parte di un sistema sociale ed economico che è possibile studiare, analizzare e migliorare, in quanto struttura collettiva. 

Quindi, in conclusione, anche quest’anno abbiamo provato a fare una lista, ci siamo prese un momento per pensare a cosa vorremmo fare e cosa vorremmo cambiare, cosa ci piacerebbe lasciare indietro e cosa aggiungere. Potremmo non averlo fatto solo per noi stesse, ma va bene così. E comunque mi raccomando amicɜ - idratatevi!


Interludio 

un articolo in più

BUONI PROPOSITI

In questo momento, forse, i buoni propositi che ci eravamo prefissatɜ per il 2021 sembrano già un ricordo. È passato un mese dall’inizio dell’anno nuovo e la spinta al cambiamento data dall’apertura di un nuovo ciclo si va piano piano spegnendo (considerando anche il perdurare e peggiorare della pandemia). O magari no, magari stiamo veramente migliorando la nostra vita di tutti i giorni con piccoli o grandi gesti, stiamo davvero procrastinando di meno, leggendo di più e imparando un nuovo hobby. 

Che siano una lista su carta, una nota sul telefono o semplicemente un pensiero ricorrente, i buoni propositi occupano spazio nelle nostre vite tra dicembre e gennaio. Come abbiamo appena visto, per tantɜ di noi, rappresentano un momento sincero in cui facciamo un check con noi stessɜ e ci spingono a prendere decisioni che ci portano a stare meglio. Allo stesso tempo, si tratta comunque di una tematica che è stata ampiamente colonizzata dal marketing e dal business dell’auto-aiuto. Quale modo migliore, dopo le spese delle feste natalizie, di convincerci a spendere di più per acquistare costosi attrezzi da palestra o programmi per migliorarci, che marciare sulle nostre insicurezze e sui buoni propositi che queste ci portano a elaborare? 

Centinaia di pagine web ci spiegano come scrivere la perfetta lista dei buoni propositi: quanti punti includere, quanto andare nel dettaglio, che cosa scegliere. In effetti, le intenzioni di ciascuno di noi finiscono spesso per assomigliarsi. Abbiamo raccolto quattro tra i propositi più comuni, abbinandoli ai lavori di altrettante artiste che de-costruiscono le dinamiche di auto-ottimizzazione in modalità molto peculiari (e, a volte, anche un po’ ironiche).   

  1. Becoming the best version of myself - diventare la migliore versione di me stessə 

Nel video Gated Community di Laura Yuile (2020), l’artista confinata nella propria abitazione è alle prese con diverse Laura. Solo una di loro potrà sopravvivere.  

Prodotto interamente nella casa di Yuile durante il primo lockdown in Regno Unito, Gated Community intreccia la nostra attuale dimensione di reclusione domestica alla dimensione globale di Internet e dei social media, con cui entriamo in contatto tutti i giorni. Il titolo richiama alla mente i nuovi complessi abitativi moderni e scintillanti, protetti da alti muri, cancelli automatici e sistemi di sorveglianza tecnologici, ma spesso venduti come luoghi in cui una dimensione ‘comunitaria’ può essere costruita, sulla base dell’esclusione del diverso. La stessa illusorietà caratterizza la comunità globale di Internet. E il riferimento ad una separazione dall’esterno, quasi una reclusione, ci suona ovviamente familiare. La Laura che vuole cambiare il mondo, la Laura alle prese con una salute mentale precaria e la Laura determinata a diventare la migliore versione di se stessa attraverso maschere per il viso e shopping online ci accompagnano come personaggi di una serie TV, con tanto di risate registrate in sottofondo. Ed è proprio lo humour, che pervade questo video, a diventare per l’artista un modo per dare un senso a quanto sta accadendo e trovare una connessione con gli altri. 

[Per approfondire la pratica artistica e la ricerca di Laura, ecco il link ad un’intervista in inglese realizzata da Fabiola per Digicult]

  1. Healthy food and meditation - quest’anno mangerò cibo sano, farò più sport e inizierò a meditare tutti i giorni

L’artista Ruth Waters ci accompagna in una meditazione guidata, J.A Generalized Anxiety Relaxation (2016) ispirata ai mantra della personal trainer di Jennifer Aniston, per calmare le nostre ansie al suono di ‘I love what I have, and I want more’ - amo quello che ho, e ne voglio ancora di più. 

In What I Eat In A Day (2018), Waters realizza invece un montaggio dei pasti ‘perfetti’ di alcune popolari YouTuber, condite da parole motivazionali e suoni ASMR rilassanti. 

Waters è interessata alle pressioni che la società tardocapitalista in cui viviamo ci fa sentire quotidianamente. Diversi studi mostravano già prima della pandemia un allarmante aumento del numero di persone che soffrono di ansia, depressione e altri problemi di salute mentale, soprattutto tra le generazioni più giovani. Il self-care, inteso come un insieme di azioni volte a prendersi cura di sé, è spesso proposto come una soluzione individuale a complesse problematiche sistemiche che sono la reale causa di questa crisi di salute mentale. Libri patinati che ci insegnano a manifestare la vita che sogniamo nella realtà di tutti i giorni perché ‘niente è impossibile se lo vogliamo davvero’, kit di oli essenziali capaci di curare ogni malanno, cristalli e trattamenti per il viso sono solo alcune delle azioni proposte. Anche pratiche millenarie come yoga e meditazione vengono snaturate e riproposte da app e coach motivazionali come soluzioni temporanee a malesseri profondi, per tornare produttivə il prima possibile, non esplorando l’effettivo potenziale che alcune di queste soluzioni potrebbe avere. Il self-care diventa, nel migliore dei casi, un modo per mettere alcune toppe individuali su problematiche collettive e, nel peggiore, un’ulteriore pressione che imponiamo su noi stessɜ, un ulteriore ambito in cui mirare alla perfezione. 

  1. Getting my shit together - basta procrastinare, mi organizzerò per diventare ancora più produttiva e ottenere i risultati che davvero voglio nella vita, iniziando dall’organizzazione delle mie cose e della mia casa 

Al posto di guardare l’ennesimo video di organizzazione della dispensa o dei cassetti su YouTube e ascoltare un Instagram live motivazionale su come liberarsi di roba che abbiamo comprato senza averne bisogno e che ora colonizza la nostra casa, perché non fare le cose diversamente? 

Nel lavoro di Genesis Belanger oggetti, corpo e elementi organici si mescolano e diventano l’uno il surrogato dell’altro, familiari e surreali al tempo stesso. Le sue sculture, realizzate principalmente in porcellana e cemento dipinti, sono spesso composte a formare nature morte in cui l’artista crea un ordine alternativo, un’organizzazione creativa e irrazionale che porta ad accostamenti misteriosi e non schematici. Ad affascinarci è la creazione di spazi quasi onirici, in cui le nostre emozioni, fantasie, paure e ansie sembrano poter abitare in tutta tranquillità e in cui ci viene suggerito che non esiste un unico ordine o modo di fare le cose. 

  1. Learning new skills - voglio imparare a fare cose nuove, ampliare i miei interessi invece di stare sempre davanti al telefono a perdere tempo su instagram 

Sinceramente ci manca il tempo in cui ci sentivamo liberi di fare le cose giusto così per farle. Disegnare, dipingere, suonare uno strumento, fare un corso di qualsiasi genere senza avere l’impulso immediato di monetizzare, di dire: questa cosa che adoro, questa nuova abilità che ho acquisito, potrebbe diventare un lavoro! Tra i miei hobby da piccola (Giulia) c’erano i collage, fare pozioni abominevoli mischiando vari ingredienti nel lavello della cucina e guardare capelli, granelli di sale e frammenti vari al microscopio. Perché ora sembra così difficile fare qualcosa spontaneamente?

Durante il periodo della quarantena, Nina Van Hartskamp ha coltivato i microbi presenti nelle camere da letto di 48 conoscenti. Il risultato, oltre a 48 piastre di Petri con colture variegate e assortite di muffe e batteri, è Worlds Within bodies, bedrooms and breath, un video in cui le persone si confrontano a distanza con i loro microbi. L’analisi e la conoscenza di batteri, virus, muffe e funghi che vivono negli ambienti domestici è una innovativa branca di ricerca biologica (Questo episodio del podcast americano 99% Invisible ne parla in modo approfondito). Gli scienziati sono molto sorpresi, ad esempio, del fatto che colonie di batteri riescano a vivere all’interno della lavatrice, un ambiente molto inospitale, soggetto a periodiche inondazioni e lunghi periodi di siccità. Van Hartskamp ci mostra in modo efficace i diversi mondi che si sovrappongono al nostro e le forme di vita con le quali condividiamo tanto le nostre case, quanto i nostri corpi. Un altro plus di questo lavoro è la sua estetica un po’ DIY, una conversazione tra amici, che rende la freschezza del progetto. 


Ciliegie 

i nostri pick culturali

🍒  Podcast 🍒

Freegida, Linda e Penny ci parlano di sesso e relazioni direttamente dal loro seminterrato ~ zero pare, zero giudizi

Carla, una ragazza del Novecento, podcast che racconta la vita di Carla Bruni (no, non lei), donna nata nel 1923 e che decide alla fine del secolo di raccogliere le sue memorie in un quaderno, che arriva oggi a noi attraverso la voce di sua nipote.

🍒  Letture 🍒

Un romanzo: Sheila Heti,La persona ideale, come dovrebbe essere?, Sellerio. Tra i venti e i trent’anni, Sheila è determinata a rubare agli altri il segreto per essere una persona perfetta. Lo stile unico di Heti, ironico, caotico e sorprendentemente profondo, ci accompagna alla scoperta e alla decostruzione del sé ideale.  

Un libro: Elisa Cuter, Ripartire dal desiderio, Minimum Fax, 2020. Un saggio denso e intenso che intreccia pop culture, cinema, filosofia, attualità, psicologia e esperienza personale che mette a fuoco lo stato dei ruoli di genere e della sessualità nel discorso contemporaneo. 

Un articolo: Cos’è uno stupro e come si racconta della sociologa Francesca Coin 

Misc: Musicastampata, esperimento editoriale sulla popular music

🍒  Musica 🍒

HAIM - Women In Music Pt.III ~ un po’ mestizia, un po’ sole e vento tra i capelli

🍒  Film 🍒

Per questo numero non abbiamo nessuna ciliegia cinematografica, ma se avete consigli scriveteci pure 

🍒  L’Internet 🍒

Il profilo IG subway hands (@subwayhands) in questo momento in cui vorremmo toccarci tuttɜ un po’ di più.

Riprendendo il tema di Interstizi #2, condividiamo un video-commento di Jordan Theresa su pinterest aesthetics, fatphobia & whitewashing

10 lessons we should take from 2020 into 2021 ~ giusto perché non abbiamo parlato abbastanza di lezioni e buoni propositi in questo numero.

Funding Library successful funding applications you can learn from, un archivio aperto e collettivo che raccoglie domande di finanziamento vincenti da utilizzare come modello, ispirazione, aiuto // solo in inglese per ora :(

Astrology lovers (e capitalist haters), questo thread è per voi! 

Caprette saltellanti e il punto politico della nostra corrispondente estera prefe Rihanna (Riri tvtttttttb <3)

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Noi siamo arrivate alla fine di questo quarto numero di Interstizi.

Grazie per essere arrivatə fin qui, per averci letto, per averci dedicato del tempo. 

Interstizi è in fase di sperimentazione totale quindi se avete suggerimenti, feedback o volete semplicemente condividere con noi cosa vi passa per la testa potete rispondere a questa mail, seguirci su Instagram o scriverci a interstizinewsletter@gmail.com - se invece sei qui per sbaglio ma vuoi saperne di più puoi iscriverti qui

Interstizi è un progetto a cura di Fabiola Fiocco e Giulia Pistone.  

A presto!